Vecchi e nuovi dati dal Plemmirio (Siracusa)

“Quaderni del Centro Studi Ducezio”, n. 2 (2018.06)

Disteso sul mare Ionio come un gigante silente e vigile, il Plemmirio (o penisola della Maddalena) delimita a sud il Porto Grande di Siracusa restringendone l’imboccatura col suo settore nord-occidentale. Questa naturale posizione strategica ha decretato e condizionato il complesso avvicendarsi dei fatti umani, documentati principalmente dalle abbondanti testimonianze archeologiche, disseminate lungo la costa o in prossimità di essa, che unitamente alla rinomata bellezza naturalistica (si pensi alle spiaggette dorate, al mare limpido e alle tante grotte come la cosiddetta Pillirina) fanno del comprensorio una sorta di “museo” a cielo aperto. Dalla preistoria all’età antica, dal medioevo fino all’età moderna, il Plemmirio custodisce inaspettatamente un patrimonio storico che i più ancora ignorano.
Ma che vuol dire “Plemmirio”? Furono i Greci a coniare il coronimo Plemmyrion col significato di “ondoso”, “inondato”, ovvero un promontorio soggetto alle onde del mare. In seguito, nel I sec. a.C., il sommo poeta Virgilio ne celebrò l’etimologia antica con l’espressione Plemmyrium undosum (fig. 1) nel terzo libro dell’Eneide:
Giace de la Sicania al golfo avanti / un’isoletta che a Plemmirio ondoso / è posta incontro, e dagli antichi è detta / per nome Ortigia (vv. 1092-1095, trad. di A. Caro).
Tutt’altra storia si cela dietro la successiva denominazione di “penisola della Maddalena”: in età normanna fu costruita una chiesetta dedicata a Maria Maddalena, non lontano dal Plemmirio, donde il nuovo nome di “isola della Maddalena” o semplicemente “isola”. Attestata da una bolla papale del XII sec., dove è citata insieme ad un fiorente casale, e da un Privilegio degli inizi del XIV sec., la chiesa della Maddalena si pensava (erroneamente) fosse stata concepita sui ruderi del tempio di Eracle.
Allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, la più remota presenza umana al Plemmirio è rappresentata dai resti, ormai labili a causa dell’inesorabile erosione marina millenaria, di un villaggio neolitico sulla costa sud-occidentale, segnalato negli anni Sessanta del secolo scorso, indiziato da buche di pali, macine e resti vari di suppellettile. La documentazione archeologica si fa del tutto più sostanziosa con l’età del Bronzo Medio (1450-1270 ca a.C.), allorché nel settore setten-trionale si stanziò una florida e corposa comunità particolarmente dedita agli scambi commerciali con uomini del mondo “egeo-miceneo”. Siamo, infatti, all’interno di quel complesso quanto fecondo fenomeno culturale che è la civiltà di Thapsos, in cui il Plemmirio ricoprì un ruolo notevole in quanto proteso sulla bocca del Porto e, pertanto, naturalmente disposto ad accogliere nei propri seni manufatti di ogni genere, puntualmente restituiti dalle innumerevoli tombe a grotticella artificiale che costellano sia l’area costiera che l’immediato entroterra. Fu Paolo Orsi, nel 1891 e poi nel 1897, ad indagare sistematicamente quella che sarebbe passata in letteratura come “necropoli del Plemmyrion”, pubblicando oltre cinquanta tombe, la maggior parte delle quali ubicate nell’area di Massolivieri. In base alla conformazione del territorio in cui erano scavate nella roccia calcarea, le tombe hanno un ingresso perpendicolare al suolo (fig. 2), oppure ricavato su una parete. All’interno è sempre una camera a pianta circolare o sub-circolare, spesso preceduta da un angusto spazio ellittico detto “anticella”, lungo le cui pareti erano scavate delle nicchie dove sistemare sia i corpi dei defunti che i corredi, così come a terra. A proposito di architettura funeraria, particolarmente significativa è una tholos, ovvero un sepolcro con tetto “a cupola”, chiara reminiscenza dei contatti con la civiltà micenea. Nonostante i sepolcri fossero stati riusati in età greca e romana e violati nel tempo, Orsi trovò complessivamente un rilevante repertorio materiale fatto di vasellame, ornamenti, armi in bronzo e oggetti cultuali che, molto spesso, rimandano al complesso sistema di relazioni commerciali e culturali con l’Oriente (Grecia, Cipro, Rodi, Creta, ecc.), con il coinvolgimento anche di Malta. Ai dati di Orsi si aggiunsero, negli anni Sessanta del secolo scorso, i resti del relativo villaggio thapsiano osservati in una insenatura naturale detta Carrozza, sul versante nord-ovest del promontorio, subito all’interno del Porto.
In età greca il paesaggio costiero del Plemmirio viene profondamente segnato dall’attività estrattiva della pietra, con la coltivazione di numerose latomie, da impiegare per la costruzione dei templi arcaici. Le più grandi cave furono aperte a Punta della Mola (fig. 3), propaggine che si allunga in mare ad est di Punta Castelluccio dove si erge il Faro, ulteriormente stravolta nel secolo scorso con l’installazione della batteria militare “E. Russo” della seconda guerra mondiale. Sempre all’età greca risale un monumento eccezionale a pianta circo-lare (diam. 24,35 m), anzi ciò di cui resta ovvero parte delle fondamenta, situato sul versante nord-occidentale. Già noto da secoli agli eruditi come le vestigia del “Castello di Nicia” in riferimento al celebre assedio ateniese di Siracusa durante il quale Nicia fortificò il Plemmyrion (414 a.C.), fu studiato dal Ro-veretano che pur non senza dubbi concluse, dopo una serie di lucide argomentazioni, doveva trattarsi di un tumulo funerario per i Siracusani caduti eroicamente durante la guerra ateniese, in quanto all’interno in posizione decentrata vi è una grande fossa rettangolare, con risega, che restituì all’archeologo numerose ossa combuste. Furono raccolti dal sito anche assi logori e cocci datati, però, al III-I sec. a.C. Attualmente non esiste un giudizio unanime tra gli studiosi e soltanto futuri approfondimenti potranno illuminarci.
Anche il mare custodisce preziose evidenze quali relitti e innumerevoli reperti sporadici, soprattutto nell’area di Capo Murro di Porco, a dimostrazione di quanto sia stato importante il Plemmirio nella navigazione, spesso minacciata dai marosi. Sono tre i principali relitti: il “Plemmyrion A”, con manufatti bronzei tardoantichi (fig. 4); il “Plemmyrion B” di età romana; il “Plemmyrion C” di età greca.
Fin qui è stata fatta un’estrema sintesi archeologica del territorio. Il recente studio soprattutto topografico, da me condotto e recentemente pubblicato (Archeologia del Plemmirio dalla Preistoria alla Tarda Antichità, 2017, con prefazione del dott. Lorenzo Guzzardi), ha fatto acquisire nuovi dati scientifici molto interessanti che, dopo oltre un secolo dalle ricerche del Roveretano a cui non erano mai seguite indagini sul campo sistematiche, hanno aggiunto un tassello fondamentale per quanto concerne la protostoria del territorio siracusano, e non solo. Gli esiti più istruttivi si sono ottenuti nell’area nord-ovest del comprensorio, cioè in quella altura naturale in cui Orsi esplorò un gruppetto di sepolcri, indagata insieme al dott. Lorenzo Guzzardi e al rilevatore Giancarlo Filantropi. Degna di nota è una tholos rimaneggiata da riusi successivi compre-so quello pastorale, che si aggiunge a quella edita da Orsi, il cui lavoro di rilievo è stato curato da Giancarlo Filantropi. Altrettanto interessante è un ipogeo funerario (in corso di studio) realizzato con un gran lavoro di sbancamento di altre tombe dell’età del Bronzo, delle quali si possono ancora leggere alcuni elementi architettonici superstiti.
Alla luce dei nuovi dati archeologici e topografici qui soltanto in parte ricordati, la protostoria del Plemmirio risulta essere più consistente: non solo il Bronzo Medio è documentato, ma anche il Bronzo Antico e l’età del Ferro (facies del Finocchito) con varie tombe situate complessivamente tra i versanti meridionale e nord-occidentale, passando per la facies di Cassibile individuata di recente dall’archeologa Francesca Genovese attraverso lo studio di tutti i materiali, editi e inediti, degli scavi di Orsi e che, personalmente, avevo riconosciuto tramite la rilettura ragionata degli scritti del Roveretano.
La pregevole convivenza tra gli aspetti naturalistico e archeologico fanno della penisola della Maddalena un luogo davvero speciale che va costantemente tutelato e valorizzato. Su questo fronte un ottimo lavoro viene svolto, dal 2005, dall’Area Marina Protetta del Plemmirio che si estende da Punta Castelluccio a contrada Fanusa e che ha avuto come testimonial d’eccezione il grande Enzo Maiorca (1931-2016), profondamente legato al mare del Plemmirio di cui più volte raccontò la leggenda della Pillirina, una “preghiera laica” al mare e alla bellezza della nostra terra.


Dott. Paolo Scalora

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