di Anna Maria Damigella
L’attuale fervore intorno alla figura di Dante Alighieri per la ricorrenza del settimo centenario della morte, con un turbinio di pubblicazioni e iniziative dilaganti, con infiltrazioni capillari anche in piccoli centri, suggerisce un contributo molto semplice, circoscritto all’area delle arti figurative in un periodo in cui, al principio del XX secolo, il culto di Dante fu sentito e produsse importanti risultati innovativi anche sul piano dell’immagine, per esempio la Divina Commedia illustrata da artisti promossa da Vittorio Alinari, 1901.
La segnalazione ha una rilevanza particolare perché si tratta infine di una rarità, un monumento a Dante, fuori però da committenze e dictat ufficiali, ideato e modellato da un grande scultore: Carlo Fontana (Carrara 1865 –Sarzana 1956)assurto alla fama per avere vinto nel 1908 il concorso per una delle due Quadrighe del Vittoriano, autore di monumenti, statue, busti, ma tutt’altro che scultore accademico ufficiale, anzi personalità originale con grandi doti di mestiere, fede radicata nel naturalismo, nella scienza nel pensiero sociale, convinto che naturale e ideale appartenessero a un unico ceppo.
Si tratta della magnifica scultura in terracotta che rappresenta Dante Alighieri a cavallo, è alta cm 98, lunga cm 38; reca sulla base, sul davanti l’iscrizione: Onorate l’altissimo poeta. Il titolo dato è Dante a cavallo alla battaglia di Campaldino. Si conserva nel luogo giusto, la Casa di Dante al Palazzetto degli Anguillara in Piazza Sonnino a Roma, appartata però dai circuiti museali e perciò poco nota. Purtroppo la situazione attuale della sede non permette pe ora di dare conto del capolavoro in modo completo, con immagini di vedute frontali e laterali e di particolari. La Casa di Dante è chiusa per lavori di ristrutturazione e non è stato possibile accedere o ottenere delle fotografie. Ci si deve contentare pertanto della fotografia che si trova nel sito on line della Casa di Dante e della riproduzione dell’epoca contenuta in Il libro dei sogni “Ricordi autobiografici” (fig. 15), che reca la scritta autografa dell’artista “Il mio Dante Carlo Fontana” e il titolo Dante in Lunigiana (terracotta). Figg. 1 e 2
“Il mio Dante” dunque, concetto che Fontana spiega così nei Ricordi autobiografici: “Dante degli Alighieri. Più equestre di Dante io non saprei quale grande cavaliere o poeta sia da considerare”. E l’idea del Dante equestre può calarsi nella verità storica sia in Lunigiana che a Campaldino, dato che nell’elenco delle opere (p.113) è la scultura è intitolata Dante Alighieri a Campaldino, grande terracotta. Sono, è noto. due punti di riferimento storici: nella Battaglia di Campaldino avvenuta l’11 febbraio 1289 presso Poppi in Casentino, Dante fu tra i combattenti Guelfi prevalentemente fiorentini contro Ghibellini prevalentemente aretini. Esiliato nel 1302 da Firenze, fu ospite di Moroello Malaspina e nella primavera (aprile) 1306, si recò in Lunigiana con l’incarico dei Malaspina di trattare la pace col vescovo di Luni per la spartizione della controversa eredità degli Obertenghi. A determinare tale duplicità è del resto la letteratura intorno all’opera che appartiene alle poche, preziose, pubblicazioni che parecchi anni fa furono dedicate a Fontana, non da storici dell’arte ma dai discendenti ed estimatori della cerchia sarzanese. Sono il già citato Il libro dei sogni “Ricordi autobiografici”, a cura del Comitato per le onoranze nel centenario della nascita dell’artista (1865-1965), una interessante collazione di notazioni e appunti dell’artista di vari periodi della vita, senza ordine; la monografia Carlo Fontana scultore (1865-1956), con prefazione di Luigi Servolini, Sarzana 1973, catalogo completo delle sue opere, e ancora il libro con contributi di vari autori La terza colonna coclea romana di C. Fontana, 1975 (a cura di Carlo Fontana junior, nipote dell’artista).
Dai riferimenti al Dante equestre contenuti in queste pubblicazioni si ricavano la descrizione: Dante Alighieri a cavallo cinto di spada e coronato d’alloro reggente contro il petto il volume della Divina Commedia – grandezza metà del vero, e l’idea ispiratrice dell’artista. E si dà conto delle attenzioni, le proposte e le prospettive di tradurla in un monumento che nel corso degli anni Venti la riguardarono. Fontana ricorda con orgoglio che questa sua terracotta era piaciuta al ministro Bodrero (Emilio Bodrero ebbe incarichi politici dal 1929 al 1934, fu sottosegretario all’Istruzione Pubblica nel 1926-28), che aveva l’idea di svilupparla in pietra e piazzarla a Campaldino. Un gruppo di giornalisti romani pensò anche “al mio Dante Equestre intento ad osservare l’Urbe dall’alto del Pincio.” E ancora: qualcuno gli aveva consigliato di donare la sua opera alla casa di Dante a Roma e ne era entusiasta il prof. Luigi De Gregori Ispettore generale delle Biblioteche d’Italia il quale si era adoperato per mostrare il lavoro alla direzione della Casa di Dante, era venuta al suo studio una signora e tutto finì lì. Nulla di tutto ciò avvenne e Dante restò con lui fino alla sua morte (1956). Subito dopo gli eredi lo donarono alla Fondazione Casa di Dante, Palazzo Anguillara, Roma, dove fu accolta con entusiasmo dal presidente Cav. Fulberto Vivaldi che scrisse parole di ringraziamento alla famiglia. La data della donazione è 27 maggio 1957.
Di Dante equestre non si conosce la data di esecuzione. I riferimenti all’attività di Fontana nella scultura in terracotta svolta nei periodi in cui tornava a Sarzana e si avvaleva della collaborazione delle Fornaci Fratelli Saudino porterebbero agli anni Venti dato che la Fornace funzionò dal 1927, e anche le ipotesi e le promesse di realizzare dal bozzetto un monumento appartengono a quel decennio e oltre. Tuttavia si possono avanzare delle ragioni per una datazione intorno agli anni Dieci, in un periodo in cui si manifestava un interesse in particolare per la vicenda di Dante in Lunigiana, l’area geografica cui oltretutto Fontana apparteneva. Ricordiamo la ricca pubblicazione illustrata Dante e la Lunigiana, nel sesto centenario della venuta del poeta in Valdimagra 1306-1906, 1909 Hoepli, senza dimenticare Giovanni Papini, La leggenda di Dante, Lanciano 1911.
In ogni caso Dante equestre appartiene a pieno titolo all’area del simbolismo idealista, radicato nel verismo (in questo caso la verità della storia), è un ritratto comprensivo del personaggio, delle sue prerogative e vicende di vita; di Dante non dà un ruolo o una condizione, afferra tutto, non il particolare, ma l’universale, l’idea di Dante, ciò che secondo lo scultore gli appartiene: il poeta, l’uomo attivo nelle vicende politiche del tempo, combattente, mediatore politico. E’ per Fontana “Il mio Dante” Con questo spirito Fontana aveva già creato in precedenza due capolavori: il magnifico pluripremiato Farinata (1903, Galleria Nazionale d’Arte Moderna Roma) e poi Prometeo liberato, 1905 (gesso, Sarzana, Archivio e Museo Fontana), statue il cui soggetto letterario e mitologico è completamente rivificato dalla grande personalità dell’artista. (Figg. 3 e 4)
Guardiamo la grande terracotta Dante nella veduta laterale il cavallo si fonde col blocco materico che fa da base, è una massa compatta statica e il capo lievemente chino a compimento della linea che definisce il profilo del corpo, dalla coda, al dorso, alla criniera. Sul cavallo si innesta Dante giovane, ritto col mantello e capricapo, le braccia sollevate a tenere con le mani davanti a sé la Commedia, con la testa appena china. La veduta frontale mostra il volto serio e raccolto, e dà modio di cogliere la resa realistica del cavallo.
Il gruppo è statico e forte e la materia terracotta infonde un senso di vita alla scultura. Vale la pena per questo citare il passo della monografia del 1973, paragrafo Terrecotte varie (pp. 42-43): “[…] nei ritorni a Sarzana nelle ore libere trovava diletto nell’arte della terracotta ch’egli amava molto. Aveva trovato a Sarzana l’ambiente ideale per la vicinanza delle grandi fornaci liguri dei Frat.lli Saudino che gli mettevano a disposizione tutto il materiale di cui aveva bisogno e curavano con molta attenzione la cottura delle sue opere – amava inoltre la preziosità della creta di Val di Magra col suo color cotto di rosso fuoco che a lui piaceva molto e giudicava resistentissima come un metallo – questo buon materiale e l’ambiente favorevole lo invogliavano all’arte della terracotta e Fontana predilesse questo genere che trattò sempre anche a Roma, cimentandosi in opere di grandi dimensioni come: Dante Equestre, Il Littore, La mamma, Crocifisso […] e diversi busti […]”.




