Nato nell’interno dell’Isola e arrivato al cuore della cultura europea, Verga seppe guardare oltre i confini locali.
Negli anni trascorsi tra Firenze e Milano entrò in contatto con la grande letteratura francese del Naturalismo, da Zola ai fratelli Goncourt: una narrativa che voleva osservare l’uomo come un fatto sociale, senza idealizzazioni.
Ma Verga fece qualcosa di più. Trasformò quel modello straniero in Verismo, adattandolo alla Sicilia: niente analisi scientifiche dall’alto, nessuna voce dell’autore a guidare il lettore.
Solo i personaggi, il loro linguaggio, il loro destino. Pescatori, contadini, vinti da leggi più grandi di loro — la miseria, l’onore, la “roba”.
Con opere come I Malavoglia e Mastro-don Gesualdo, Verga dimostrò che la modernità letteraria poteva parlare siciliano, e che il Sud non era folklore, ma tragedia umana universale. ![]()
Oggi, a distanza di più di un secolo, la sua lezione resta intatta: guardare il mondo senza illusioni, e raccontarlo con onestà.
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