
La Sicilia è formata da un gruppo di isole, anche molto distanti tra loro, nel mezzo del Mediterraneo. L’intero sistema insulare siciliano si estende approssimativamente tra i paralleli 35° e 39° N di latitudine, e tra i meridiani 12° e 15° E di longitudine. Ci troviamo di fronte a uno spazio molto ampio, oltre 80 mila km2, che d’altronde è in gran parte occupato dal mare.
La superficie emersa è di ca. 25.832 km², pari allo 0,017% della superficie terrestre emersa.
La posizione dell’arcipelago siciliano nel pianeta è determinante per il suo clima. Siamo infatti nell’emisfero boreale, a nord dell’Equatore ma nella fascia temperata e a poca distanza dalla zona subtropicale. Questa situazione climatica (estati calde e secche e inverni miti e piovosi) è presente sul solo 2% della superficie terrestre (e su una percentuale molto minore delle terre emerse: 0,61%). Comparativamente, le zone della Terra climaticamente simili sono il Bacino del Mediterraneo (Sud Europa, Nord Africa, Levante), la California e la Costa occidentale USA, il Cile centrale, il Sud-ovest e sud Australia e la Provincia del Capo in Sudafrica.
Ci spostiamo ora nell’ambito della geografia regionale, che si dedica a esaminare in dettaglio le peculiarità delle diverse zone della superficie terrestre.
L’arcipelago siciliano è in mezzo al Mare Mediterraneo, che rappresenta il più grande mare intercontinentale del mondo. Occupa una posizione strategica, dividendo il bacino in due parti (occidentale e orientale) e creando, con lo Stretto di Messina, uno dei punti di passaggio marittimi più importanti del mondo antico e moderno.
Ragioni di praticità e chiarezza del discorso consigliano a questo punto di distinguere tra l’isola principale dell’arcipelago siciliano rispetto alle altre. Ciò prima di tutto perché la Sicilia propriamente detta rappresenta il 99,53% della superficie emersa, cioè la sua quasi totalità. In secondo luogo, isole come Lampedusa o Pantelleria sono molto distanti e vengono ad assumere caratteristiche specifiche, non facilmente assimilabili al resto dell’oggetto di analisi. Per fare un solo esempio, dal punto di vista geologico appartengono a placche tettoniche diverse. Ne consegue che, da qui in avanti, l’analisi riguarderà specificamente l’isola di Sicilia, con riferimenti alle altre isole ove necessario. Per il momento ci limitiamo a riepilogare l’insieme degli arcipelaghi detti “isole minori”, formati in tutto da:
Eolie (7 isole principali più isolotti);
Egadi (3 isole principali più isolotti);
Pelagie (3 isole principali);
Ustica (isola singola);
Pantelleria (isola singola).
Notiamo di passaggio che sono proprio alcune di queste isole a ampliare notevolmente, a ovest, a nord e soprattutto a sud, i confini geografici della Sicilia. Infatti il punto più a nord è Stromboli nelle Eolie (38°48’N), il punto più a sud è Lampedusa nelle Pelagie (35°30’N), il punto più a ovest è Pantelleria (12°00’E) mentre il punto più a est è Capo Peloro a Messina (15°39’E).
Nascita della Sicilia
Le origini. Per quanto riguarda gli eventi primordiali, abbiamo a disposizione i più recenti modelli ipotetici condivisi dalla comunità scientifica mondiale. Tale fonte afferma che il nostro pianeta si è originato ca. 4 miliardi e mezzo di anni fa, per effetto di fenomeni galattici – Big Bang ecc.–che non interessa riepilogare in questa sede.
Era una massa sferica incandescente, più piccola di come sarebbe diventata. Gradualmente – in 600 milioni di anni che sono denominati eone Adeano – si raffreddò a partire dalla superficie ed ecco apparire la crosta solida. Le più antiche formazioni rocciose rinvenute si datano infatti a 4 miliardi di anni fa.
Il pianeta entrava quindi nell’eone Archeano, una fase lunga un miliardo e mezzo di anni. Non esisteva acqua, che sarebbe arrivata dallo spazio grazie a numerosi meteoriti, protopianeti e comete di ghiaccio. Si ebbe così una prima distinzione tra i continenti emersi e gli oceani; d’altronde la loro disposizione era del tutto diversa da quella attuale.
Vapore acqueo e fumi vulcanici crearono l’atmosfera. Essa veniva trattenuta dalla forza di gravità derivante dal nucleo metallico del pianeta. In questa fase non c’era ossigeno atmosferico, ma quell’elemento si trovava legato all’idrogeno in forma di acqua o nelle molecole solide di molti minerali (ossidi).
Da allora le placche tettoniche iniziarono le loro lente ma continue migrazioni; un fenomeno che non si è mai arrestato ma doveva essere più rapido di quello che si registra oggi per la maggiore temperatura sotterranea. Per cui un mappamondo aggiornato ci mostra come stanno le cose oggi, ma non sarà valido per sempre.
Terre e mari furono la culla delle molecole organiche; da esse vennero a realizzarsi i primi organismi unicellulari, a meno che – la questione è controversa – anche tali forme primordiali di vita non siano arrivate dallo spazio, racchiuse nei ghiacci alieni.
L’avvento delle forme di vita pluricellulari sul pianeta Terra fu una grande rivoluzione sotto vari aspetti; in particolare per le conseguenze che ebbe sull’atmosfera. Iniziò infatti la reazione biochimica della fotosintesi, il primo esempio di sfruttamento intenzionale dell’energia solare per l’accrescimento di organismi. Dalla fotosintesi scaturì come sottoprodotto una grande quantità di ossigeno disperso nell’aria, che raggiunse percentuali maggiori di quelle odierne. Con l’ossigeno a piede libero molte cose erano destinate a cambiare. Siamo arrivati a un nuovo eone, il Proterozoico, che durerà ca. due miliardi di anni e ci porterà alle soglie dell’ultimo mezzo miliardo e quindi a cambiare l’unità di misura temporale a favore dei milioni di anni.
Insieme alle prime forme di vita, a rimodellare continuamente l’aspetto della superficie terrestre operavano con grande intensità i fenomeni geologici – eruzioni, terremoti – e meteorologici: tra l’altro si ebbero le grandi glaciazioni, in particolare una di proporzioni planetarie databile a ca. 600 milioni di anni fa. Non mancarono inoltre nuove interferenze esterne, come l’arrivo devastante di meteoriti.
Nonostante tutto, la biosfera nel suo complesso ha resistito; attraverso i processi evolutivi centrati sulle dinamiche di mutazione e selezione in pratica la vita sulla Terra è arrivata a colonizzare tutte le varietà dei biomi compresenti sul pianeta: escursioni termiche dai -70° ai +60° presenza d’acqua dallo zero dei deserti fino agli habitat sottomarini e delle acque dolci, cicli luce/oscurità di 24 ore o di mesi interi… in un modo o nell’altro la vita è sempre presente e si adatta alle difficoltà. Al di là degli scenari più estremi, va detto però che in medium stat virtus, il che tradotto nel contesto naturalistico sta ad indicare che la situazione ideale per la vita come la conosciamo si ha nei climi temperati: temperatura oscillante attorno alla media dei 20° con escursioni moderate; umidità vicina al 50%; ciclo stagionale con estati non troppo aride e inverni non troppo rigidi; precipitazioni abbastanza costanti nel corso dell’anno; insolazione alternata da passaggi di nubi; correnti d’aria in equilibrio tra alte e basse pressioni. Torneremo più avanti sulla questione.
Dal punto di vista geologico, si assiste alla definizione dei primi nuclei stabili di crosta terrestre – i cratoni – che preannunciano approssimativamente i futuri continenti. Le ipotesi sono varie e contrastanti; si parla per esempio delle iniziali – 300 milioni di anni fa – Pangea e Panthalassa, ossia un’unica isola in mezzo a un unico mare. Intorno a 200 milioni di anni fa – Triassico – vi sarebbe stata la divisione nei paleocontinenti, come la Laurasia e il Gondwana. La prima aveva in sé i futuri Nordamerica (Laurentia), Europa settentrionale (Baltica), Europa centrale (Avalonia) e Asia (Angara). Il secondo avrebbe generato l’Africa, il Sudamerica, l’India, il Medio Oriente, l’Antartide e l’Oceania.
Accade dunque che ca. 180 milioni di anni fa (Giurassico inferiore) sia venuto a crearsi uno spazio, un braccio di oceano primordiale. Era la Tetide che prendeva il nome dalla sorella e moglie di Oceano, destinata a mutarsi nell’attuale Mediterraneo. Le condizioni climatiche dell’epoca erano caratterizzate da un grande caldo: quasi non esistevano le calotte glaciali e il livello delle acque degli oceani era complessivamente più alto di una sessantina di metri rispetto a oggi.
Le attuali mappe ci mostrano la forma geografica dell’Italia: una penisola dell’Europa con due grandi isole. Tuttavia l’omogeneità è solo apparente: i trascorsi geologici di queste terre emerse che oggi hanno un nome in comune sono molto diversi e peculiari. A ca. 90 milioni di anni fa risale l’innalzamento delle Alpi, a 30 milioni la comparsa degli Appennini. La Sardegna e parte della Sicilia esistevano già in precedenza: la prima era collegata all’attuale Francia insieme alla Corsica, la seconda invece si originava dalla placca africana nella sua collisione con la placca europea, secondo un processo che è tuttora in corso. Nel basso Tirreno lo scontro tra Africa ed Europa, due delle maggiori placche del pianeta Terra, perdura da milioni di anni. I processi di collisione sono discontinui, con periodi di stasi che si alternano a crisi frequenti. Questo è legato alla lenta “digestione” da parte del mantello terrestre della placca africana, che alle nostre latitudini si piega a ginocchio proprio sotto le isole Eolie per essere riassorbita sotto quella europea. Gli sforzi generati dall’attrito inducono terremoti che possono arrivare a centinaia di chilometri di profondità – sotto lo Stromboli ne sono stati registrati fino a 300 chilometri. Inoltre, la placca che si piega trova in profondità temperature sempre più elevate e quindi fonde, producendo i magmi che alimentano i vulcani delle Eolie. Quanto si è appena detto aiuta a comprendere non solo l’origine dell’attività vulcanica dell’isola, ma anche la sua sismicità. La collocazione tettonica della Sicilia ne fa un esempio significativo di zona di collisione tra placche continentali, aspetto che ha profondamente influenzato e continua a influenzare la sua geografia fisica.
Il Mediterraneo, per come ci si presenta oggi, è un mare semichiuso, comunicante con l’oceano Atlantico attraverso Gibiliterra e dal 1869 con il Mar Rosso e l’Oceano Indiano attraverso il Canale di Suez. La salinità media del Mediterraneo è maggiore di quella dell’Atlantico a causa di un deficit di apporto idrico, costantemente compensato da correnti in ingresso da Gibilterra. L’apporto idrico da Suez è invece poco significativo, come mostra questa mappa della variazione di salinità nelle varie zone, che indica chiaramente la parte orientale del Mediterraneo come la più soggetta a evaporazione e di conseguenza a maggiore salinità. Per quanto riguarda le coste della Sicilia, si può notare una leggera ma significativa variazione di ca. 2 punti percentuali tra la zona occidentale e quella orientale.
Paesaggio (flora, fauna). A 132 milioni di anni fa risalgono le prime specie vegetali angiosperme in grado di produrre fiori.
A ca. 65 milioni di anni fa – Paleocene – risale la diffusione dei mammiferi nel contesto dei vertebrati. A 6 milioni di anni fa risale l’ultimo antenato comune a primati e esseri umani. Questi ultimi sviluppano la postura eretta e 2 milioni di anni fa compare il genere Homo, con pollice opponibile e capacità anatomica di comunicare con emissioni sonore articolate. Stiamo abbandonando l’unità cronologica del milione, entriamo nelle centinaia di migliaia di anni. In particolare risale a 790 mila anni fa la scoperta del fuoco – alcuni la retrodatano a periodi precedenti – e ci si avvia con il continuo sviluppo cerebrale alla comparsa dell’Homo sapiens intorno a 200 mila anni fa. Alle precedenti attività di caccia e raccolta si affiancano l’agricoltura e l’allevamento di animali. Appaiono anche alcune attività rituali, come l’uso di seppellire i morti con corredi di oggetti. Siamo nel periodo degli uomini di Neandertal che arriva fino a 30 mila anni fa. In seguito prende il sopravvento l’uomo Cro-Magnon, autore di pitture rupestri e di statuette antropomorfe. Questi uomini primitivi colonizzano tutte le terre emerse eccetto l’Antartide, raggiungendo intorno agli 11 mila anni fa la parte meridionale del Sudamerica.
Fonti:
Mario Tozzi, Come è nata l’Italia.
Descrizioni geografiche
Con i suoi 25.711 km2, la Sicilia è la 37ª isola più grande del mondo. Ha un’estensione da est a ovest pari a 280 km e da nord a sud misura 180 km. La distanza massima est-ovest si misura da Capo Boeo (Marsala) a Capo Peloro (Messina) – La distanza massima nord-sud si misura invece da Capo Rasocolmo (Messina) a Capo Passero (Siracusa).
Per quanto riguarda le coste, la loro lunghezza è di ca. 1000 km. L’andamento è piuttosto irregolare, una misura quantificabile di tale caratteristica si ricava dall’indice di circuitazione e compattezza: dato 1 come valore ideale della massima compattezza – nel caso dell’area di un cerchio perfetto – e 1,13 per un quadrato regolare, per quanto riguarda la Sicilia si ottiene un valore di 1,76, che è un valore abbastanza basso se paragonato, per esempio alla Sardegna (3,45) o alla Corsica (3,63). Sebbene l’alternanza tra coste rocciose e sabbiose sia frequente, con buona approssimazione si può dire che la costa settentrionale è prevalentemente alta e rocciosa, mentre quella meridionale è più bassa e sabbiosa. Nel litorale orientale è presente una serie di scogliere laviche in prossimità dell’Etna.
Morfologia (vedi mappa specifica). La Sicilia si trova in una posizione molto particolare dal punto di vista geologico, essendo situata proprio sulla linea di convergenza tra la placca africana e quella euroasiatica. Questa collocazione tettonica spiega sia la sua attività vulcanica che la sua sismicità, rendendola un esempio significativo di zona di collisione tra placche continentali.
Quella fra Messina e Reggio Calabria è forse l’area a più elevato rischio sismico dell’intero Mediterraneo. In particolare, mette in evidenza come i terremoti italiani abbiano caratteristiche peculiari che li rendono diversi da quelli giapponesi, andini o californiani.
Le caratteristiche specifiche dei terremoti nell’area siciliana sono:
– Profondità: Gli ipocentri sono relativamente superficiali, difficilmente superano i 30-40 km e, in media, si attestano attorno ai 10 km. Questo significa che le onde sismiche subiscono una minore attenuazione rispetto ad altri contesti geologici.
– Energia: Le magnitudo sono generalmente medio-basse rispetto ad altre zone sismiche del mondo. Questo è dovuto al fatto che le velocità di interazione delle placche nel Mediterraneo sono minori rispetto ad altre aree. In Italia non si è mai superata magnitudo 7,5 Richter.
– Fratture: A differenza di altre zone sismiche caratterizzate da grandi faglie (come la San Andreas in California), in Italia e Sicilia si trovano generalmente faglie di lunghezza limitata (tra 20 e 40 chilometri), spesso interrotte da altre faglie più corte.
La struttura dell’Isola è variegata. La parte settentrionale è prevalentemente montuosa, dominata dai Monti Peloritani, Nebrodi e le Madonie, che rappresentano la continuazione degli Appennini. La parte orientale è caratterizzata dalla presenza dell’Etna, il vulcano attivo più alto d’Europa (circa 3.326 metri). È uno dei vulcani più attivi del mondo, offrendo un importante laboratorio naturale per lo studio dei fenomeni vulcanici globali. Il territorio circostante è stato profondamente modificato nel corso dei millenni dall’attività eruttiva e sismica del vulcano. Va rilevato che la zona di Catania è una delle più rischiose d’Italia per quanto riguarda i terremoti. Sono state formulate ipotesi che parlano di potenziali 161.829 vittime in caso di un sisma di intensità equivalente al massimo storico registrato. La città è stata dichiarata zona sismica solo nel 1981, nonostante nella sua storia sia stata più volte rasa al suolo dai movimenti tellurici. Nel 1669 l’Etna entrò letteralmente in città attraverso una colata eccentrica (non dalle bocche sommitali, ma dalla zona dei Monti Rossi) che arrivò in una trentina di giorni a Catania e al mare, distruggendo case e terreni e modificando la linea di costa con nuove zone avanzate oltre le mura di Carlo V. Fu quella l’occasione della prima documentata tentativa di alterare il percorso di una colata di lava: i catanesi, indossando pelli di bue bagnate per resistere al calore, cercarono di deviare il fiume di lava intagliandone gli argini. Inizialmente riuscirono a rallentare la lava, che prese un’altra direzione, ma quando questa cominciò a minacciare Paternò, gli abitanti di quella città scacciarono i catanesi e ripristinarono l’argine naturale.
Il territorio interno dell’Isola è caratterizzato da colline e altopiani, con particolare presenza di zone gessoso-solfifere nella parte centro-meridionale. Le pianure più estese si trovano principalmente vicino alle coste, come la Piana di Catania a est e la Conca d’Oro presso Palermo.
Orografia. La Sicilia si compone di zone tra loro molto diverse:
Il grande vulcano Etna ha determinato la composizione geologica della sua zona.
Piane alluvionali (Catania, Gela, Mazara, Palermo). Un dato che come vedremo riveste importanza su più aspetti è la divisione tra due zone pianeggianti, con uno stretto passaggio che le collega e che ha costituito da sempre un punto importante per il controllo del territorio: si tratta del passo sulle cui alture si trova il centro di Caltagirone, che guarda verso la piana di Catania e verso la piana di Gela.
Catene montuose: Monti Sicani (Agrigento, Enna, Caltanissetta, altopiano zolfifero), Madonie e Nebrodi o Caronie e Peloritani (“Appennini Siciliani” intendendo tutte le montagne settentrionali dell’Isola, da Messina fino a Trapani), calcareniti. Gli Iblei sono di origine mista, calcarenite e picchi vulcanici. Monte Lauro è un vulcano spento (mt. 986). Erei, picco principale Monte Altesina (Leonforte), 1192 mt., in antichità denominato “Monte Ereo”. Dal punto di vista minerario, in passato l’Isola è stata la maggiore produttrice di zolfo a livello mondiale.
Se ci spostiamo verso la provincia di Palermo troviamo miniere di sale. Nella zona di Trapani abbondano marne e formazioni calcaree.
Idrografia. I fiumi siciliani sono generalmente brevi e a carattere torrentizio, con portate irregolari tipiche del clima mediterraneo. I principali sono il Simeto, il Belice e il Platani.
Per quanto riguarda il clima, ci sono significative variazioni tra le diverse zone dell’isola. La parte orientale, esposta ai venti umidi, riceve generalmente più precipitazioni rispetto a quella occidentale.
La biodiversità dell’isola è particolarmente interessante in un contesto globale, in quanto la Sicilia rappresenta un hotspot di biodiversità mediterranea, con numerosi endemismi sviluppatisi grazie al suo isolamento geografico, un fenomeno che si riscontra in molte isole continentali del mondo.
Infine, la sua posizione al centro del Mediterraneo l’ha resa storicamente un punto cruciale nelle rotte migratorie di numerose specie di uccelli tra l’Africa e l’Europa, facendone un importante indicatore dei pattern migratori globali e dei cambiamenti climatici.
Fonti:
Eugenio Manni, Geografia fisica e politica della Sicilia antica, 1981.
Francesco Alaimo, Atlante naturalistico della Sicilia, Palermo, F. Orlando, 2010.

Geografia umana
Per quanto riguarda gli spostamenti dei gruppi umani, nelle ere preistoriche potevano avvenire solo via terra data la mancanza di conoscenze tecniche riguardanti la navigazione. Tra i 27 mila e i 17 mila anni fa ci fu la fase culminante di una lunga glaciazione – Wormeriana – che ebbe come effetto collaterale dell’estensione dei ghiacci un’abbassamento del livello del mare di ca. 120 mt. Di conseguenza la forma della Sicilia era molto differente da come siamo abituati a vederla sulle mappe. La sua morfologia costiera è stata ricostruita: vi si poteva arrivare dalla Calabria e Malta era anch’essa collegata via terra. Fu questa la fase che rese possibile attraverso un “ponte” naturale la colonizzazione umana della Sicilia e che di conseguenza data l’inizio della storia delle genti dell’Isola.[nota: risale alla prima metà del XX sec. un progetto denominato Atlantropa che esaminava la possibilità di chiudere gli stretti di Gibilterra, Suez e Dardanelli per ottenere un notevole abbassamento del livello del Mediterraneo, con conseguente emersione di terre coltivabili e, tra le altre cose, anche la riconnessione della Sicilia alla penisola italiana.]
In seguito occorrerà aspettare la comparsa dei primi natanti con caratteristiche adeguate al compito – ca. 4000 a.C. – per riprendere i contatti degli isolani con il mondo esterno.
La posizione geografica della Sicilia, al centro del Mediterraneo, ne ha fatto storicamente un punto strategico per il controllo delle rotte commerciali e militari, influenzando profondamente la sua storia e il suo sviluppo culturale.
La popolazione di circa 5 milioni di abitanti presenta una distribuzione non uniforme, che privilegia le aree costiere rispetto all’interno. Questa distribuzione riflette sia fattori storici che economici.
I principali centri urbani si sono sviluppati principalmente:
– Lungo le coste, dove si trovano le città più popolose come Palermo, Catania, Messina;
– Nelle pianure costiere, che hanno favorito l’agricoltura e lo sviluppo di infrastrutture;
– In corrispondenza di porti naturali, che hanno storicamente facilitato i commerci.
Il modello insediativo attuale è il risultato di processi storici plurimillenari, con una forte urbanizzazione costiera che si è intensificata nel XX secolo. Le aree interne, tradizionalmente caratterizzate da insediamenti agricoli e pastorali, hanno subito un progressivo spopolamento.
Questa discrepanza tra estensione territoriale e densità abitativa evidenzia la diversità geografica e demografica della Sicilia, dove ampie aree rurali convivono con centri urbani densamente popolati.
Dal punto di vista economico, la regione presenta una marcata differenziazione territoriale:
– Le aree costiere sono caratterizzate da attività turistiche, commerciali e industriali;
– Le pianure (come quella di Catania) hanno una forte vocazione agricola con colture intensive;
– Le zone collinari dell’interno mantengono un’agricoltura più tradizionale;
– Le aree metropolitane concentrano il settore terziario e i servizi.
Un aspetto peculiare della geografia umana siciliana è il rapporto con il mare, che ha storicamente influenzato:
– I modelli di sviluppo urbano;
– Le attività economiche (pesca, commercio marittimo, turismo);
– Le connessioni culturali con altre aree del Mediterraneo.
Le infrastrutture di trasporto riflettono questa organizzazione territoriale, con una rete più sviluppata lungo le coste e collegamenti più limitati verso l’interno.
