
Da: Salvatore Parlagreco, Il piacere e il potere. L’edonismo siciliano, Palermo, Novecento, 1989. [fonte]
Quando i siciliani si prendono sul serio, le loro analisi su come va il mondo e sull’essere come sono, si trasformano in un pozzo senza fondo. Un esempio?
Il popolo siciliano è stato edonista, lo è tutt’ora, lo sarà sempre. La Sicilia unisce in un’unica patria morale la soddisfazione economica, etica, estetica ed intellettuale che, distinte fra loro, consumano le porzioni di piacere cui ogni uomo ha diritto nell’atto in cui nasce. Molti uomini assumono come primo obiettivo dell’attività umana l’utile personale e il piacere che se ne trae; i siciliani coniugano il fine delle azioni umane, cioè il piacere goduto, con l’oggettiva idea del bene.
La ricerca siciliana dell’utile personale e del piacere attuale è attività umana necessaria, non contraddice l’oggettività del bene, l’ideologia, i valori, i principi.
«Appartengono all’edonismo», sostiene Benedetto Croce, «tutte le azioni e le correlative pene e gioie, tensioni e distensioni, sofferenze ed appagamenti, che si volgono a fini meramente personali o in quanto si considerino nel rapporto meramente personale». Appartengono all’edonismo siciliano l’odio di Nietzsche per la felicità, la condanna del lusso e del benessere, ma insieme la loro ricerca ed il loro perseguimento. L’edonista siciliano assume come norma dell’azione e criterio di giudizio il piacere individuale immediato, ma ad esso conferisce il ruolo di tramite per il raggiungimento di soddisfazioni etiche, estetiche e spirituali. Solo chi sta bene e si sente a suo agio, concepisce di trascendere le futilità che lo limitano. Del pari, chi riesce a soffrire godendo di tale sofferenza, o a godere soffrendo di tale godimento, penetra nell’intima essenza del bene e del male, in qualche modo trascendendoli senza compiere la separazione fra l’uno e l’altro.
L’edonismo siciliano è illustrato dall’istintualità, dalla tendenza a sopravvalutare la propria cultura e la propria civiltà, dallo smisurato amor proprio e stima di sé, da una esuberanza esorbitante, dal disinteresse per tutto ciò che non sia o non riguardi la propria persona.
L’istintualità, nell’attimo in cui si esprime, non ha riferimenti col passato, che non è più; né col futuro, che non è ancora e forse non sarà mai, ma tende naturalmente a procurarsi nell’immediato una sensazione piacevole e fa coesistere con essa il bene.
La smisurata esaltazione dei propri meriti viene solo formalmente bilanciata dalla drammatizzazione dei propri demeriti: questi ultimi finiranno con l’essere addebitati a circostanze, episodi e persone che mitigano le colpe e sfumano i contorni, disperdendoli in una nebbia di fatalismo, pessimismo o disincanto.
L’edonista siciliano non è però vanesio, né fatuo, né frivolo o estraneo totalmente al mondo esterno: è una persona compiaciuta della sua storia individuale e di popolo, anche quando si racconta con un’ottica negativa. L’atteggiamento abituale di eccessiva ammirazione per la propria persona è storicizzato, consente civetterie e vanità, velleitarismi ed ingenuità, che attenuano l’irritante orgoglio e l’incapacità di abdicare al narcisismo.
L’edonismo siciliano è anche un’arte che riscuote successo ovunque venga divulgata: al cinema, al teatro, nella letteratura, nell’informazione. Esso suscita interesse, stimola curiosità, suggerisce fantasie, promuove la conoscenza di verità, sconvolge luoghi comuni (pur essendo anch’esso un luogo comune).
Il manifesto edonista siciliano è stato scritto da Tornasi di Lampedusa, parzialmente in inglese. «… because we are gods», dice il Principe di Lampedusa a Chavalley, che vuole offrirgli un seggio senatoriale; «… noi siamo Dei», sostiene ‘. «I siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti; la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei sia per origine sia anche, se siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla. La Sicilia ha voluto dormire».
Illustrando la sicilianità, il Principe fa sfoggio del suo edonismo, lo esibisce come un sentimento ed una volontà negativi, ma utili: grazie ad esso i siciliani sono sopravvissuti alle dominazioni e alle prepotenze. Il sontuoso funerale, cui la Sicilia del Principe ha diritto, è un evento lontano e vago, che permette di confidare in una lunga attesa della morte annunciata. E i suoi siciliani semidesti hanno gli occhi bene aperti, ragionano su ciò che va visto e vale la pena di vedere. «Sono così — spiega Giuncano — con gli occhi aperti che non vorrebbero più sapere quello che vedono: le cose come sono e di non potere essere altrimenti».
La struggente sofferenza è goduta a tale livello di consapevolezza, da suscitare il più puro sentimento edonista. Quando gli estranei, educati in Sicilia, hanno provato a tenere in conto la forza imposta dalla necessità delle cose, come capitò a Federico II nel dodicesimo secolo («È nostra intenzione mostrare le cose che sono, come sono»), si sono accorti quanto sia improbo «cavare nuova acqua dalle antiche fonti».
Il consumo di massa dell’edonismo siciliano è consentito da una ricezione dei piaceri, che suppone anche la loro contemplazione in modo inerte. La malinconia, la sensualità, il fatalismo, l’onore, la famiglia, la roba, la furberia rappresentano alcuni passpartout del postulato edonistico; l’edonismo promuove l’appagamento costante e la ricerca di soddisfazioni con un gradualismo che trascende il momento o la breve vita di un uomo.
Il piacere di un’azione giusta, il possesso del bello, l’appagamento di un diritto legittimo hanno una valenza etica indiscutibile ed inducono alle ideologie, le passioni, l’ottimismo.
Il pessimismo, che frequentemente, pervade l’animo insulare, giustifica l’edonismo deluso e disperato, o l’utilitarismo frustrato. L’edonista siciliano è talvolta un gaudente raffinato, ma è più spesso un uomo comune, coi piedi a terra, portato a drammatizzare i suoi travagli o enfatizzare le sue gioie.
La consuetudine all’enfasi o alla drammatizzazione, all’esaltazione o all’avvilimento, la capacità di sentire a ogni passo e con la stessa intensità la quantità di male, ingiustizia, sofferenza, odio, piacere e amore, che abita il mondo, ne fanno una personalità complessa.
L’insularità mitiga e decanta questa illuminata schizofrenia, che diviene così una condizione privilegiata, una droga salutare o un male necessario vissuto in piena coscienza. Una tale condizione induce a credersi il sole della terra, permette di gustare il piacere dell’onestà, di difendere la compiaciuta attesa del nulla, di cancellare la miseria con la vanità, di vaneggiare di raggiunta compiutezza, o rendere le cose nuove, strumenti di regole antiche. Essa — sostiene Leonardo Sciascia — richiede più energia di quanta ne pretenderebbe la concreta realizzazione del nuovo.
Cesare Pavese confessa di avere seguito impulsi sentimentali edonistici; il suo suicidio testimonia però l’incapacità di temprarli con una lucida follia. Luigi Pirandello sente «la pena del vivere così», ma i suoi personaggi sopravvivono alle sofferenze. Lo scienziato siciliano Ettore Majorana sceglie di scomparire agli altri, se ciò serve a cancellare gli esiti sconvolgenti della sua speculazione scientifica.
Nel gioco degli specchi, ingaggiato dall’edonismo siciliano, le viscere dei vulcani siciliani divengono il luogo di penitenza di coloro che discendono nel purgatorio, ma l’Isola è anche l’antica Atlantide, luogo di nascita della civiltà. Il barocco di Sicilia è una festa dell’edonismo quanto la mattanza di una tonnara; l’indugio siciliano nelle piazze e la volontà di tenere in vita, più a lungo possibile, gli spettacoli del Tribunale d’inquisizione, nascono dallo stesso disincanto o dal piacere e dal potere che questi eventi concedono. Il barocco e la mattanza si inseguono nel petto di ‘Ntoni e del Principe di Salina o del Bell’Antonio, o negli astratti furori di Elio Vittorini.
L’edonismo siciliano ha mille facce ed ognuna riflette le mille verità possibili della cosiddetta unicità etnica e spirituale che si chiama Sicilia. Una di esse, ma solo una, è quella descritta da Luigi Pirandello: «Deve sapere che abbiamo tutti come tre corde dell’orologio in testa. La seria, la civile, la pazza». C’è chi ritiene che la corda pazza ricorra più delle altre nella mente e nell’animo dei siciliani. Deve essere vero perché è questa che soccorre e illustra l’edonismo siciliano.
Le elucubrazioni sull’edonismo reaganiano, a lungo inspiegabilmente popolari, non fanno storia.
