Salvatore Ferlita, L’eredità di Capuana tra i debiti di famiglia e i manoscritti spariti, “la Repubblica”, edizione di Palermo, 2019.07.06, p. 11 con richiamo in prima. L’articolo è stato scritto in collaborazione con il Centro Studi Ducezio.
“la Repubblica Palermo” – Società (p. 11)
Richiamo a p. 1, in alto a destra: I manoscritti scomparsi di Capuana.
L’eredità di Capuana tra i debiti di famiglia e i manoscritti spariti
Una storia lunga e travagliata, a tratti dai risvolti romanzeschi che coinvolge gli autori più disparati. Ma chi ha le carte dello scrittore?
Sono trascorsi quarant’anni dall’ultimo censimento e il fondo, con buona pace dell’autore risulta ancora incompleto.
di Salvatore Ferlita
«Egli sperava che il mago Tre-Pi conservasse quelle fiabe nei cassetti del suo museo, imbalsamate insieme con le altre fiabe antiche». Egli non è altri che il Raccontafiabe, l’alter ego di Luigi Capuana che dà il titolo a una delle più belle raccolte di racconti per l’infanzia firmata dal padre del Verismo. Il nome Tre-Pi è un omaggio a Giuseppe Pitré, e proprio un mago come quello ci vorrebbe oggi per racimolare nei cassetti della Casa Museo intitolata a Luigi Capuana gran parte del suo patrimonio documentario che, per una serie di alterne vicende, risulta ancora sottratta alla comunità degli studiosi.
Ma procediamo con ordine ricostruendo la storia della biblioteca-museo con l’aiuto di Leone Venticinque, mineolo, dottore di ricerca in Storia contemporanea e fondatore del Centro studi Ducezio. Una storia lunga e travagliata, a tratti dai risvolti romanzeschi, che Venticinque conosce bene in quanto è uno dei frequentatori più assidui della biblioteca, dove di solito compulsa documenti polverosi. E proprio nel corso di una delle sue abituali incursioni lo studioso si accorge che i conti non tornano. Dunque, nel 1915 la vedova dello scrittore, Adelaide Bernardini-Capuana, eredita dal marito un debito enorme per quel tempo: 85 mila lire, che corrispondono a 320 mila euro di oggi. «A Mineo – spiega Venticinque – alcuni notabili tra i quali il sindaco del paese Croce Albertini si preoccupano subito del rischio che la vedova, per far fronte ai debiti, possa vendere tutto quello che possiede, disperdendo così il Fondo Capuana. Si avvia quindi un progetto per creare a Mineo un Museo dedicato allo scrittore e per riscattare l’intero fondo documentario»
Ma di mezzo ci si mette il primo conflitto mondiale, che dilata inevitabilmente i tempi di realizzazione. Finita la guerra, per iniziativa del podestà Croce Albertini nel 1926 viene perfezionato l’acquisto con lo scopo di conservare le carte acquisite e destinarle a un uso pubblico costituendo la cellula di un Museo capuaniano, di proprietà del Comune di Mineo. Precisa Venticinque: «Nel documento in questione sono elencati dettagliatamente i libri che vengono ceduti al Comune di Mineo e si fa riferimento ad alcune centinaia di lettere scelte a Luigi Capuana di autori illustri e già noti, morti e viventi, italiani e stranieri. E a un gran numero di lettere e telegrammi allo scrittore, di prima e dopo la sua morte».
Quando tutto sembra filare liscio un nuovo impedimento complica l’iter avviato: i locali dell’ex convento di San Francesco nel centro storico del paese, restaurati per ospitare la Biblioteca-Museo, vengono invece assegnati alla sede locale della Gioventù Italiana del Littorio. «Il Fondo capuaniano – aggiunge Venticinque – rimane depositato e pressoché dimenticato in una stanzetta degradata dell’edificio comunale. Così obliati le carte e i documenti del Capuana superano relativamente indenni gli anni della guerra».
A questo punto fa la sua apparizione Corrado Di Blasi, figura decisiva nella faccenda tormentata del fondo. Egli è un dirigente scolastico di Mineo, originario di Noto, che in età giovanile si è distinto come esponente di spicco del fascismo a Mineo. Comincia precocemente a coltivare un interesse verso lo scrittore verista dando forma a due libri dedicati a Capuana, pubblicati rispettivamente nel 1954 e nel 1968. La parola allo storico: «Nel 1946 Di Blasi si adopera anche per recuperare una parte dei documenti che erano stati a suo tempo acquistati dal Comune ma che la vedova di Capuana non aveva consegnato perché erano ancora in corso di pubblicazione da parte di alcune case editrici. In pratica fino alla morte, che si colloca nel 1971, Di Blasi porta avanti un personale programma di studi che però non ha migliorato per niente lo stato di conservazione dei materiali del Fondo capuaniano, del quale egli disponeva a esclusivo uso personale; le carte sono rimaste ammucchiate in spazi non idonei e di esse non è stato compilato nessun inventario né catalogazione».
In pratica, il Di Blasi si era portato a casa i documenti che gli servivano per la ricerca senza alcuna remora. Alla sua morte il Comune nomina una commissione per realizzare finalmente l’inventario del Fondo. I materiali in questione, infatti, non erano mai stati inventariati prima di allora, perciò non si sapeva nulla di preciso sulla loro consistenza. I componenti della commissione si rimboccano le maniche subito riscontrando la mancanza di molti documenti, a confronto di quanto contemplato nell’elenco allegato all’atto di acquisto.
Le lacune sono macroscopiche e a questo punto Venticinque si infervora: «Prendiamo ad esempio Il drago: esiste la scheda vergata di pugno dal Di Blasi ma non c’è il manoscritto. Sono state trovate altre schede scritte anch’esse di pugno dallo studioso, compilate presumibilmente in data recente, che descrivono alcuni dei manoscritti elencati e risultano mancanti».
Non occorre l’intervento di un detective per inferire che i documenti potrebbero trovarsi nell’abitazione del Di Blasi. Un piccolo colpo di scena: nel 1972 la vedova dello studioso consegna al Comune alcune carte ritrovate nella sua casa di Catania, tra le quali spiccano ben cinquantaquattro lettere del Verga a Capuana. Urge portare avanti l’inventario per recuperare il resto del fondo. La commissione nel 1974 affida dunque l’incarico allo studioso Croce Zimbone: questi in effetti realizza l’inventario rilevando enormi lacune nel materiale custodito e denunciando lo stato di abbandono in cui versava il patrimonio bibliografico: «Le pagine manoscritte di Capuana – chiosa ancora Venticinque, riferendosi sempre ai verbali di tutte le riunioni della commissione – si trovavano nei luoghi più impensabili, nel fondo dei cassetti delle librerie, nelle poltrone di vimini stracariche di scartafacci fin sopra le spalliere, nei ripiani di mobili decrepiti. Si trattava di frammenti di romanzi e racconti, novelline e fiabe, opere teatrali, saggi critici, lettere, fogli e foglietti volanti di una certa importanza».
In tutto ciò il materiale mancante è ancora a dir poco cospicuo: la vedova viene convocata dal Comune, alla presenza di funzionari della Soprintendenza, ammettendo che un bel cumulo di carte stazionassero ancora a casa sua. Da allora si può dire che i tentativi messi in atto si sono definitivamente arenati, col paradosso, conclude Venticinque, che il patrimonio in questione è ancora nelle mani della figlia del Di Blasi, la professoressa Maria Teresa, la quale tra l’altro lavora proprio in Soprintendenza (qui il paradosso rischia di farsi pirandelliano). Sono trascorsi 40 anni e il fondo, con buona pace di Capuana, risulta ancora monco.


