L’inganno dell’immagine e l’immagine dell’inganno. Su una fotografia “capuaniana” erroneamente interpretata

Leone Venticinque, L’inganno dell’immagine e l’immagine dell’inganno. Su una fotografia “capuaniana” erroneamente interpretata.

“Quaderni del Centro Studi Ducezio”, n. 8, gennaio 2020, pp. 33-40.

Le fotografie hanno il pregio dell’immediatezza, che raggiunge la percezione attraverso il canale sensoriale della vista. Ma percezione non è sinonimo di comprensione, tant’è vero che il più delle volte un’immagine ha bisogno di essere accompagnata da didascalie in forma testuale per non rimanere misteriosa in tutto o in parte.
Quando si affronta il campo delle foto più antiche, la questione si fa ancora più complessa. Non di rado ci si trova di fronte a due alternative, entrambe non esaltanti: nel primo caso la foto è “muta”, non ci offre nessun appiglio che permetta di collocarla nel tempo e nello spazio, eventualmente anche con la presenza di personaggi che per noi sono del tutto anonimi; è chiaro che di una foto del genere si potrà fare ben poco uso. Nel secondo caso alla foto è sì collegata una descrizione, ma ahimé partorita dal poco senno di qualche parolaio approssimativo, possibilmente ansioso di associare quello scatto a grandi fotografi, un po’ come si usa fare per certi quadri non firmati così da accrescerne il valore commerciale. L’approssimazione – quando non invenzione di sana pianta – entra poi nel merito del contenuto, suggerendo luoghi, tempi e nomi che non trovano riscontro e portano fuori strada l’osservatore, facendogli credere una cosa per un altra.

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