di Leone Venticinque
Nel libro di J. Swift I viaggi di Gulliver c’è un passo che si può ricollegare agli studi sulle nuvole, ricapitolati nel saggio di A.M. Damigella che accompagna la riedizione dell’opera di Corrado Guzzanti Le diverse forme delle nubi spiegate colla fotografia. In una certa fase degli studi sulla meteorologia, si era arrivati a stabilire con ragionevole certezza che le nuvole erano le stesse in ogni località della Terra; di modo che sarebbe stato realistico volerne realizzare una classificazione universale, a tutto vantaggio del progresso scientifico nel campo del clima. Veniva così superata la precedente credenza localista, il pensiero cioè che i fenomeni atmosferici avessero qualità e modi di manifestarsi incomparabili, in quanto strettamente legati a latitudine e longitudine di ciascun luogo del pianeta.

Un piccolo esempio perfettamente compatibile con la teoria localista in meteorologia si ricava non dalla letteratura scientifica, bensì dalla narrativa fantastica. Nel quinto capitolo del summenzionato libro – pubblicato inizialmente nel 1726 e premiato con l’immediato successo presso il pubblico più vario – il protagonista a seguito del suo secondo viaggio per mare viene a trovarsi in terre imprecisate del Globo, approssimativamente collocate nei mari che dividono il continente asiatico dalle Americhe. Naufrago in una landa popolata da esseri giganteschi ma con forma e atteggiamenti umani, costui deve cercare di sopravvivere in un habitat che gli si presenta interamente sproporzionato, destreggiandosi tra continui imprevisti e pericoli costanti. Accade così che il “piccolo” Gulliver si trova un giorno a passeggiare all’aperto nel Paese dei giganti, quand’ecco che una precipitazione atmosferica lo coinvolge al punto da minacciare seriamente la sua vita.

Di che si tratta? Lasciamo la parola al narratore, con il brano tradotto per questa occasione direttamente dal testo originale: «Nel frattempo improvvisamente cadde una pioggia di grandine così violenta, che fui subito, per la sua forza, buttato al suolo; e quando ero a terra, i chicchi di grandine mi colpivano tanto rudemente su tutto il corpo come se fossi raggiunto da palle da tennis; tuttavia riuscii a strisciare a quattro zampe e a ripararmi dalla parte sottovento di un cespuglio di timo limone, ma così ammaccato dalla testa ai piedi che per dieci giorni non potei uscire di casa. Né c’è da meravigliarsi di questo, perché la Natura, in quel paese, osservando la stessa proporzione in tutte le sue operazioni, produce chicchi di grandine quasi milleottocento volte più grandi di quelli in Europa, cosa che posso affermare in base all’esperienza, essendo stato così curioso di pesarli e misurarli».


Insomma era stata nient’altro che una banale grandinata come tante; forse fuori stagione ma niente di più. E però quella, manifestandosi in conformità alle proporzioni di un Paese per giganti, scarica su Gulliver la potenza di una pioggia di meteoriti con tutte le conseguenze del caso.
Ecco dunque che, in un certo periodo storico della civiltà europea, si poté accettare che – sebbene in un contesto esotico di posti lontani descritti da temerari viaggiatori – vi fossero sul nostro pianeta spettacolari diversità non solo nella fauna e nella flora rispetto a quelle delle contrade vicine, ma perfino nella geologia – quante fantasie su località ove l’oro e altri elementi preziosi abbondavano come da noi i sassi nelle pietraie? – e a questo punto… anche nella meteorologia. Viene da chiedersi come mai ben prima di Swift e perciò in un contesto favorevole alla fantasia per le ben più numerose incognite nella scienza geografica, l’Ariosto si fosse spinto a scomodare Luna, piuttosto che limitarsi a collocare il senno di Orlando in una qualche isoletta dell’Atlantico o del Pacifico; dopo aver senza indugio scartato il Mediterraneo, in quanto ormai dai tempi di Ulisse ben navigato e perciò impoverito dei suoi antichi misteri.
Passando dalla letteratura al campo delle scienze naturali, la domanda che si può ricavare è in quale misura siano state divulgate tesi ricadenti nel localismo meteorologico, e più in generale riguardanti la fisica; se per esempio ci sia stato un sostenitore dell’esistenza da qualche parte di piogge formate da elementi chimici diversi dall’acqua, oppure che si potessero registrare significative variazioni nel peso di un medesimo oggetto, a seconda del luogo dove avveniva la pesatura. Va detto anche che l’uomo contemporaneo è informato circa l’influenza che le varie misurazioni subiscono da parte di variabili come la temperatura ambientale, l’umidità, l’altitudine e la relativa pressione atmosferica, ma è anche vero che tutti questi fattori ambientali – e molti altri ancora – sono stati già da tempo definiti in leggi e formule valide sempre e ovunque, quantomeno entro confini terrestri.
Certo il tema necessita di ulteriori e ben più autorevoli riscontri nell’ambito accademico, eppure il riferimento letterario è a suo modo indicativo e pertanto ci è sembrato meritevole di attenzione.
