Comprendere la società siciliana non è cosa semplice; il Popolo siciliano ha forgiato il suo carattere sociale in millenni di storia, che hanno visto il profondo legame tra l’uomo e la terra dove vive. La Sicilia per cause geologiche si trova, geograficamente, quasi al centro del mediterraneo, cioè al centro di quel mare sul quale si affacciano tre continenti, quindi, inevitabilmente gli abitanti della Sicilia, nel susseguirsi del tempo, sono venuti a contatto con visitatori esterni che, in vari modi, hanno contribuito alla formazione di un “modo d’essere”. L’influenza dei visitatori (per la letteratura dominante colonizzatori) sulla società indigena non è stata un’azione univoca, ossia gli antichi siciliani non erano come spugne destinate ad assorbire gli stili culturali/comportamentali dei nuovi arrivati, ma essa fu biunivoca, vi fu inevitabilmente, apporto di usanze, arte, cultura ecc reciproco. Gli autoctoni non abbandonarono le loro usanze, anzi possiamo dire che sicilianizzarono i nuovi arrivati. Le generazioni successive dei nuovi insediati sentirono il legame con la terra natia, tant’è che i discendenti dei greci si chiamarono “Sicelioti” (siciliani). L’indissolubile legame con la Terra di appartenenza, costituisce l’essenza del modo di essere siciliano, chi non lo è difficilmente lo potrà comprendere. Siciliani capaci di accoglierti con la sacralità antica e allo stesso tempo nutrire un risentimento sanguigno per le offese subite; sudare instancabilmente lavorando nei campi e gioire alla semplice vista del mare; Sicilia dal doppio aspetto “babba” e “spetta” allo stesso tempo. Siciliani che nelle ore difficili e buie si rifugiano nella loro “riserva mentale” ove rivivere e far vivere la loro sicilianità.
La società siciliana nei secoli attraversa due fasi, una fase che vede un Popolo fiero (sanguigno) pronto a ribellarsi per i propri interessi o per la sua libertà; sono proprie di questa fase: la lotta dei siculi di Ducezio contro i greci, la rivolta delle guerre servili contro i romani, la rivolta del vespro del 1282 – che segna la nascita della nazione siciliana, e Dante ne canta le gesta contro la “mala signoria” nella divina commedia -, le lotte per ottenere la carta costituzionale e la rivoluzione del 1848 per ritrovare l’agognata indipendenza. Carattere sociale, di questa fase, che porterà Karl Marx a scrivere: ‹‹ in tutta la storia dell’umanità nessun paese e nessun popolo hanno sofferto terribilmente per schiavitù e conquiste l’oppressione straniera, nessun paese e nessun popolo ha lottato così strenuamente per la propria emancipazione quanto la Sicilia e i siciliani››. Anche dopo l’unità, deluse le aspettative di autogoverno, ripresero i tentativi di sommosse che portarono a quattro stati di assedio, è in questo periodo, con la chiusura delle scuole e la piemontizzazione dell’amministrazione, che inizia una trasformazione del pensiero sociale siciliano e la percezione esterna della Sicilia. Forse i nuovi “arrivati” vennero prevenuti, magari avevano fatto proprie le teorie del Montesquieu il quale nel suo “Spirito delle Leggi” del 1748 scrive: ‹‹[…] avvicinandovi ai paesi del mezzogiorno voi potete credere di allontanarvi dalla morale stessa […]›› (Gaetano Mosca “Elementi di Scienza della Politica” – F.lli Bocca editori, 1923), sempre nella stessa opera dice: ‹‹ […] la libertà è incompatibile con paesi caldi […] essa non prospera dove fiorisce l’arancio […] ››; sicuramente i piemontesi vennero e agirono secondo la teoria lombrosiana, “teoria del crimine per nascita” , basata su dati antropometrici e ambientali.
Nel periodo post-unitario dalla fine dell’800 e nei primi decenni del ‘900 comincia a fiorire una letteratura che mette in risalto l’arretratezza e la “rassegnazione siciliana”; questa letteratura, in verità trova ancora oggi ampio spazio. Il fatalismo verghiano che scaturisce (secondo il Verga) da quella mentalità, così siciliana, profondamente tradizionalista e fatalista sulle cose della vita. Il trasformismo/opportunismo (camaleontismo) gattopardesco: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» (Tomasi di Lampedusa – Il Gattopardo, 1958).
I siciliani dal 1943 al 1947 ridanno vita alla loro, mai sopita, aspirazione per l’indipendenza, agendo sia politicamente sia con gruppi armati dell’EVIS. Grazie a questa quasi guerra i siciliani conquistano l’autonomia, che sarà recepita dalla Repubblica, ma che la disattenderà. Fino al 1947 gli indipendentisti nelle campagne elettorali riempivano le piazze, contando 500000 iscritti, contro le poche migliaia delle altre formazioni politiche. Dal dopo guerra inizia una nuova fase sociale caratterizzata dalla rassegnazione e da un’immagine stereotipata che i media hanno dato e danno, della Sicilia e dei siciliani. I media hanno proiettato un’immagine ingannevole dello sviluppo socio-culturale dell’Isola, portando ad associare l’identità culturale siciliana con l’arretratezza e al crimine organizzato; prova di ciò ne è tutta una serie di produzione cinematografica e di fiction, non privi di colpe anche certi operatori turistici che si permettono di organizzare offensivi “tour del padrino”.
I media non hanno compreso (o non hanno voluto capire) che l’interpretazione sociale della Sicilia deve avere un approccio diversificato, non si può studiarla, come fanno, in modo unico, dove come un coacervo, si mischia mito, folklore, storia, identità ecc. Dal dopoguerra assistiamo, quindi, a una progressiva caduta della società siciliana in una soporifera rassegnazione e in un autorazzismo; molti siciliani si convincono della veridicità dell’immagine che di essi ha fatto il mainstream. Il fenomeno rassegnazione oltre ai media, è da imputare alla classe dirigente e politica siciliana; già nel passato l’aristocrazia o cercava favoritismi (periodo del vicereame) o sorniona aspettava il volgere degli eventi, per salire sul carro del vincitore; ma già con il Crispi nasce tutta una classe politica siciliana, che non agisce per gli interessi della propria terra, come dovrebbe essere, ma spesso contribuisce a mantenere lo stato di disagio, per direttive dei partiti, ai quali si piegano per interessi di carriera personale. Questa classe dirigente, fa propaganda di rassegnazione, per favorire la perdita di ogni interesse culturale, politico, sociale ecc, nella società, tanto che possiamo parlare di rassegnazione imposta, che tende a mantenere uno stato di cose immutabile favorendo gli interessi degli impositori di rassegnazione. Si assiste al duplice comportamento dei siciliani, uno che fa dire al Principe di Salina nel “Il Gattopardo” che i Siciliani credono di essere perfetti (dei), l’altro invece li porta a essere autolesionisti.
Certo non tutti i siciliani sono rassegnati, tanti si prodigano per migliorare questa terra, anche sacrificandosi, penso a Falcone e Borsellino, ma anche a tutti coloro che nell’anonimato quotidiano combattono la loro battaglia (spesso contro i mulini a vento) per la rinascita di questa terra. Pirandello scrisse: ‹‹Io sono nato in Sicilia e lì l’uomo nasce isola nell’isola e rimane tale fino alla morte, anche vivendo lontano dall’aspra terra natia circondata dal mare immenso e geloso››. I siciliani si rifugiano nella loro riserva mentale, dove, anche inconsapevolmente, assaporano la loro identità, la loro lingua il loro legame con la terra, il mare, il cielo e il fuoco, che li accolgono; dovrebbero ritrovare il coraggio di far uscire tutto ciò dallo stato mentale, ne hanno le capacità.
Bibliografia
– Gaetano Mosca, Elementi di Scienza della Politica, F.lli Bocca editori, 1923
-Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, 1958
– Giuseppe Doria, Il “Principio” della rassegnazione siciliana, Corso di Laurea Specialistica in Cinema Televisione e Produzione Multimediale A.A. 2008/2009 – Tesina per l’esame di Studi Culturali Prof.ssa Sara Pesce.
– Salvatore Costantino e Cirus Rinaldi, II RICERCA SU L’IMMAGINE DELLA SICILIA NELLA STAMPA NAZIONALE E LOCALE.
