Dopo un lungo periodo di assenza, è stata avviata una nuova campagna di scavo nei dintorni di Mineo. La Soprintendenza ai beni archeologici della Provincia di Catania – o chi per lei, per alcune anomalie che si diranno più avanti – torna ad operare attivamente nei primi mesi del 2024. L’obiettivo di questo intervento sembra essere quello di verificare in loco la consistenza di segnalazioni che risalgono ormai a molti anni addietro; a quella traccia in attesa di riscontri si intende aggiungere tutte la serie di notizie che, grazie alle attuali ricerche, emergeranno dal sito. È estremamente interessante scoprire reperti archeologici che ci offrono una finestra sul passato, in questo caso, sul periodo romano in Sicilia. La scoperta di questa masseria può contribuire significativamente alla comprensione della vita e dell’economia agricola durante quel periodo storico.

Ci troviamo nella così detta zona collinare-montuosa degli Iblei. La contrada Calennari è situata a sud del centro abitato, ai margini del confine territoriale. È attraversata – e in parte delimitata – dalla SP 86, via che nei pressi di contrada Annunziata si diparte come diramazione della SP 31 (Mineo – Stazione di Mineo) e raggiunge la SS 124 nel tratto Grammichele – Vizzini Scalo. Da ricordare la presenza in questa contrada di un pozzo comunale, denominato Calennari, che allo stato attuale versa in pieno abbandono.




Già all’inizio degli anni Sessanta del Novecento lo studioso Aldo Messina aveva riferito l’esistenza di tracce di epoca romana nello stesso sito. L’area di scavo è perfettamente visibile dalla strada, a pochi metri di distanza e in quanto situata in una zona più bassa verso il fondovalle. Le sue coordinate di riferimento Google Maps sono 37.23249, 14.7198 [link]. Il punto è stato inserito nella mappatura digitale dell’intero territorio di Mineo realizzata dal Centro Studi Ducezio e disponibile per la libera consultazione a questo indirizzo.



Come si può vedere dalle prime immagini, il saggio di scavo ha seguito un perimetro di forma quadrangolare, definito da strutture murarie rinvenute a ca. 1 mt. di profondità. La parte centrale di quest’area risulta ancora inesplorata.
Le mura dell’edificio furono realizzate con l’ottima pietra calcarea della zona. Esiste infatti nell’adiacente contrada Corvo Cantatore una imponente cava di blocchi, da tempo abbandonata ma che ha fornito per secoli i materiali di costruzione – noti come “pietra del cantatore” – usati per dettagli di pregio negli edifici pubblici e privati più importanti dei centri abitati limitrofi. Un esempio al riguardo è la cappella di Santa Lucia nella chiesa madre di San Nicolò del Santissimo Salvatore di Militello in Val di Catania, la cui ri-edificazione in diverso luogo dopo le distruzioni sismiche si data al sec. XVIII [si veda: Sebastiano Di Fazio, La chiesa Matrice di S. Nicolò in Militello: alcune testimonianze storiche sulla sua ricostruzione, 1693-1776, Militello in Val di Catania, 2005].
Le pareti dell’ambiente oggetto dello scavo hanno misure esterne di ca. 20×13 mt. e presentano dei filari di conci approssimativamente squadrati, di dimensioni abbastanza grandi (ca. 40x40x60 cm.). Lo spessore murario fa pensare a uno sviluppo in altezza non molto elevato, al massimo due livelli con la parte al pianterreno adibita a stalla e magazzino e spazi di ricovero umano per la notte nella zona superiore. Molto probabilmente vi sono altre camere collegate, che attendono la prosecuzione degli scavi.


Le ricerche in corso e i reperti già rinvenuti offrono una panoramica sulla vita quotidiana e l’economia agricola dell’epoca. I reperti visibili sul posto sono relativi a Phitoi e ceramica aretina, di tardo periodo romano. Se la datazione del sito verrà confermata dai vari rinvenimenti ceramici, ossei e di eventuali suppellettili metalliche, questa masseria si può inquadrare nel periodo tardo repubblicano e imperiale della Sicilia che presenta alcune caratteristiche generali come il popolamento delle zone rurali a scapito dei centri che già esistevano nel periodo siculo-siceliota. Grazie alla “pacificazione romana” erano diminuite infatti le esigenze difensive e gli agricoltori potevano risiedere più vicino ai luoghi di lavoro, senza più bisogno – finché le condizioni geopolitiche lo permetteranno – di arroccarsi sulle alture naturali, come era stato in precedenza per Catalfaro, Trinacia, Erice e la stessa Mineo.
Un altro elemento rilevante è la vicinanza della via Francigena Fabaria, di periodo medievale, proveniente da sud-ovest sotto Grammichele e diretta a nord-est verso Militello.

Da quanto si è detto fin qui, è verosimile che possano emergere reperti significativi attinenti alla cultura materiale agricola del periodo romano. Nella zona esistono altri siti documentati con caratteristiche simili: nel territorio di Mineo abbiamo tracce di masserie in contrada Favarotta e in contrada Tenuta Grande; un’altra si trova sotto Grammichele, nei pressi dello svincolo della SS 683. Appartenenti allo stesso periodo storico sebbene con natura funzionale differente, vale la pena di ricordare qui la villa romana sita in territorio di Ramacca (contrada Castellitto) e una statio, ossia punto di sosta per i viaggiatori lungo un’antica via di collegamento, nei pressi della diga di Pietrarossa a cavallo dei confini della provincia di Enna e Catania e dei comuni di Mineo e Aidone. È importante che le ricerche continuino in modo approfondito per scoprire ulteriori dettagli sulla struttura della masseria e sulla vita quotidiana dei suoi abitanti.



Per quanto riguarda l’aspetto del cantiere di scavo in contrada Calennari, appare anomalo che i reperti siano stati lasciati sul posto, radunati in alcuni mucchietti come si può notare dalle immagini qui riprodotte. Abitualmente negli scavi curati dalla Soprintendenza i materiali rinvenuti vengono invece portati ogni giorno al più vicino deposito regionale, così come infatti ne esiste uno a Mineo, adiacente al Civico Museo Archeologico Tamburino Merlini. È cruciale garantire che il sito della masseria romana in corso di scavo sia protetto e che i lavori siano condotti in modo adeguato e sicuro. La presenza di reperti abbandonati sul posto è preoccupante e potrebbe mettere a rischio l’integrità delle scoperte e la possibilità di una ricerca accurata. Si dovrebbero adottare misure per accelerare le operazioni e trasferire i reperti in depositi sicuri, per la conservazione e lo studio successivo. Non meno preoccupante è l’assenza di una qualsiasi forma di recinzione anche provvisoria a tutela della zona oggetto di scavo, priva tra l’altro di segnaletica riguardante i lavori in corso e la responsabilità della Soprintendenza provinciale per tali lavori.
È fortemente auspicabile, pertanto, che i responsabili del progetto di indagine archeologica si adoperino a intensificare e velocizzare le operazioni in corso, con la messa in sicurezza dei luoghi e di tutto ciò che ne verrà tratto. Occorre assolutamente evitare il rischio di interventi non autorizzati nell’area di scavo incustodita. Tali azioni delittuose, come già tante volte avvenuto nelle località di interesse archeologico, portano a distruggere il lavoro conoscitivo degli archeologi, compiendo scavi al solo fine di estrarre qualcosa di vendibile sul mercato nero delle antichità.
(Agrippino Todaro – Leone Venticinque)



