Non corse mai sì tosto acqua per doccia
a volger ruota di molin terragno,
quand’ella più verso le pale approccia
[Inferno, XXIII, 48]
Nel territorio di Mineo operava un insieme di mulini ad acqua che costituiva un importante sistema produttivo preindustriale, attivo dal periodo medievale fino alla metà del XX secolo. Complessivamente sono stati documentati diciotto mulini distribuiti lungo quattro corsi d’acqua, tutti affluenti del fiume Caltagirone: i torrenti Fiumecaldo, Catalfaro, Ferro e Gulfo.
Lungo il percorso del Fiumecaldo si trovavano dieci mulini: Mulino Nuovo, Mulino Oidia, Mulino Don Peri, Mulino della Badia, Mulino Bardacia (o Cardacia), Mulino Cuttonera, Mulino di Riversino (o Strazzuni), Mulino degli Archi (o di San Giovanni), Mulino o Burgu, e Mulino Scerba. Sui torrenti Catalfaro e Ferro operavano quattro mulini: il Mulino Catalfaro, il Mulino Arancio (o Franchino), il Mulino delle Grotte e il Mulino del Ferro. Infine, Nella zona del Gulfo sotto Grammichele erano ubicati altri quattro mulini, tra cui il Mulino Cimino, il Mulino Branciforti e il Mulino della Badia. La maggior parte di queste strutture è oggi scomparsa o ridotta a ruderi, ma le testimonianze documentali e fotografiche permettono di ricostruire questo sistema, che rappresentava una testimonianza dell’ingegno tecnico e dell’organizzazione sociale ed economica della comunità locale, che seppe sfruttare intelligentemente le risorse idriche naturali e artificiali del territorio per creare una rete produttiva efficiente e duratura nel tempo.
Il sistema idrico di Mineo: corsi naturali e saie artificiali
L’ultimo mugnaio chiuse la porta del suo mulino ad acqua circa all’inizio del Secondo Dopoguerra. Da allora sono passati molti decenni, periodo sufficiente perché queste strutture a lungo considerate ordinarie e senza valore, abbiano acquisito progressivamente un interesse storico particolare.
Come si vede nel caso di Mineo, i dati disponibili si riferiscono a un’omogenea tipologia di funzionamento: il mulino “greco” a ruota orizzontale.[1] Principalmente la sede dei vari mulini è collocata in prossimità di corsi d’acqua: Fiumecaldo, Gulfo, Catalfaro e Ferro in ordine di importanza decrescente. D’altra parte, con un ulteriore lavoro edificatore si era ottenuta la possibilità di svincolare parzialmente questo presupposto geografico: con delle saie artificiali, l’acqua si poteva portare altrove. Le saie erano realizzate scavando la roccia o edificate in muratura, similmente alle tecniche usate negli acquedotti romani. Rispettando il solo fattore di pendenza, in tal modo il mulino poteva essere edificato all’interno di proprietà non direttamente beneficiate dal passaggio di corsi d’acqua. Di conseguenza, la distribuzione dei mulini ad acqua è arrivata nel tempo a coprire un territorio più esteso rispetto alle immediate vicinanze dell’idrografia naturale, toccando le seguenti contrade: Dompera, Badia, Fallesi, Branca Chiana, Riversino, San Giovanni, Pezza a funtana, Mulino della Badia, Edera, Finocchiara, Monaci, Passo di Vizzini, Cuttonera, Franchino.
Dalle tracce ancora leggibili sul terreno o documentate in altra forma è attestata nell’intero territorio di Mineo la presenza di una sola saia, il cui percorso è stato ricostruito per una lunghezza di ca. 5 km. Essa si diramava da Fiumecaldo a una quota abbastanza elevata per poi procedere con percorso all’incirca parallelo a detto corso d’acqua, per poi separarsene e prendere una via autonoma in direzione nord-est, fino a sfociare probabilmente in un altro affluente del fiume Caltagirone, il Lamia.
Alcune significative informazioni di prima mano sull’attività dei mulini a Mineo si trovano in un documento del 1870: il corpus dei regolamenti amministrativi comunali.[2] Dal testo emerge una concezione dell’autorità pubblica come garante dell’interesse collettivo, attraverso una doppia strategia di tutela delle risorse idriche e controllo dell’attività molitoria. Per le acque, emerge una sensibilità proto-ambientalista: è vietato alterare il corso naturale delle acque pubbliche, gettarvi immondizie o usarle impropriamente per il lavaggio, consentito solo in siti specificamente designati. L’acqua viene così configurata come bene comune da preservare. L’attività dei mugnai è invece disciplinata come servizio pubblico essenziale. I mulini devono rimanere aperti dall’alba a due ore dopo il tramonto, servire i clienti rigorosamente in ordine di arrivo senza rifiuti, e mantenere strutture efficienti e pulite. È obbligatorio fornire gratuitamente bilance e vagli, mentre è severamente vietato alterare le granaglie o mescolare prodotti di proprietari diversi. La normativa dimostra particolare attenzione alla tutela dei consumatori, imponendo ai mugnai di proteggere i prodotti dall’umidità e garantire trasparenza nelle operazioni. Nel complesso, il regolamento anticipa moderne sensibilità ambientali e consumistiche, configurando l’autorità pubblica come garante di un equilibrio tra interessi privati e collettivi attraverso una regolamentazione dettagliata che subordina l’attività economica al bene comune.
A determinare la fine di questo sistema produttivo è stato l’arrivo in paese dell’energia elettrica, alla fine degli anni Venti del Novecento. Al loro posto iniziò a lavorare il nuovo mulino elettrico di Bellino detto Cola, sito nei pressi del centro abitato in contrada Salinardo.[3]
Quanto verrà descritto di seguito è riportato graficamente in questa mappa.
I mulini lungo Fiumecaldo: un patrimonio storico-architettonico
N. 1 Mulino Nuovo o Mulinello
Seguendo il corso di questo piccolo fiume, partiamo dal primo mulino (figg. 1-3). Da una ricognizione a metà anni 80 risultava solo un rudere. Questa struttura è poco accessibile data la posizione incuneata nel vallone. Sulla sua storia ci sono voci discordanti e poco attendibili; qualcuno racconta che non ha mai funzionato, ma ciò appare destituito di fondamento; altri affermano che fu danneggiato dall’alluvione di Santa Caterina (1880.11.25). In quell’occasione sarebbe morta una persona sordomuta, il Sig. Arena, che si trovava vicino al mulino e era stato trascinato dall’acqua per un lungo tratto. La potenza delle acque avrebbe a valle anche due grossi massi, che arrivarono presso il mulino Oidia (vedi più avanti) fonti archivistiche locali attestano che e apparteneva al Collegio di Maria Addolorata di Mineo e nel 1906 il salto dell’acqua veniva pagato 12 lire e 71, cifra versata dal Cav. Salvatore Spadaro fu Barone Francesco Spadaro, che possedeva proprietà circostanti.



N. 2 Mulino Oidia
A breve distanza dal precedente, aveva un portale in pietra e la porta in noce (fig. 4). Pare che abbia lavorato fino agli anni ’40 del Novecento. Era gestito dal Sig. Mario Olivieri, poi venne ceduto alla famiglia Palermo per 13.000 lire, in seguito subentrò il Sig. Mario Simili. Ricordo che nella stessa ricognizione citata in precedenza la struttura risultava integra; già a pochi anni di distanza però il mulino era stato rovinato, a seguito di lavori effettuati per realizzare una tubazione d’acqua. (figg. 5-6).



N. 3 Mulino Don Peri
Scendendo arriviamo al mulino più integro (figg. 7-12). Sappiamo che ha avuto diversi proprietari e che è stato in funzione fino alla fine degli anni ’20. In questo punto l’acqua della saia defluiva nel greto del fiume e il suo percorso si interrompeva.






N. 4 Mulino della Badia
Passata la Strada Consortile Camuti, si iniziava il percorso di una nuova saia. A maggiore distanza rispetto ai precedenti si trova questo mulino (figg. 13-21). La struttura è un poco distanziata dal corso d’acqua perché sfrutta la saia. L’edificio sarebbe appartenuto al convento di Mineo e gestito prima dell’Unità d’Italia dal Sig. Francesco Bellino. Nel 1870 proprietario era Mastro Angelo Spizzano, che era tornato dall’America. In seguito fu posseduto da Don Tutù Simili che l’aveva comprato a un’asta fallimentare ma non lo fece più funzionare; è attualmente diroccato. Sappiamo che andavano a macinare i Sig.ri Vincenzo Cannatella, Sebastiano Di Pietro, Agrippino Patti, Rosario Cardello, Nino Sframeli, Ignazio Accardi, Don Pasquale Gambuzza e Mario Pepe. Il Sig. Agrippino Ialuna racconta che quando uscivano dalla scuola andavano nei pressi del mulino e aprivano l’acqua della saia, lasciando il mulino a secco e impossibilitato a lavorare.
Intorno agli anni 2000 il prospetto dell’edificio è crollato. La ruota con le pale e la macina del mulino sono attualmente conservati presso privati.









N. 5 Mulino Bardacia (o Cardacìa)
Si continua a scendere fino a questo mulino (figg. 22-23), che era già ridotto a rudere dal Secondo Dopoguerra e oggi è ormai scomparso. Un documento d’archivio locale attesta che questo mulino (denominato “Basolaci”) nel 1906 apparteneva al barone Benedetto Spadaro (figlio di Francesco) e pagava la tassa del salto dell’acqua lire 38 e 2 centesimi. Tra il 1913 e il 1922 veniva gestito dal Sig. Mario Olivieri, in seguito dal Sig. Agrippino Russo e poi da Mastro Mario Intendente, fino al 1927 ca. Alcuni raccontano che il mulino avrebbe continuato a funzionare fino agli anni ’40 (proprietario Barone Sinatra di Grammichele) e che fu l’ultimo tra quelli di Fiumecaldo a rimanere in attività. Il pagamento veniva fatto con un tumolo di frumento (ca. 10 kg) e mezza lira.


n. 6 Mulino Cuttonera
Seguendo il corso naturale di Fiumecaldo, si percorre un lungo tratto fin quasi alla sua foce nel Caltagirone o dei Margi, dove era questo mulino, ormai scomparso perché smantellato dagli anni ’90. Precedente proprietario di quelle terre fino al 1932 era l’Avv. Carcò.
Gli altri mulini seguono il corso artificiale della saia. Sui fogli di mappa catastali, alle coordinate
37.27201, 14.66909 (vedi punto su Google Maps) è riportato un fabbricato molto vicino alla saia, oggi non più identificabile. Rimane il dubbio che potesse trattarsi di un altro mulino ad acqua.
n. 7 Mulino di Riversino o Strazzuni
Di questo mulino (figg. 24-28), ridotto a un rudere, sappiamo solo che era appartenuto a proprietari di Palagonia. Questo mulino sfruttava una piccola deviazione della saia, mentre essa nel suo percorso principale alimentava anche un abbeveratoio. Negli anni Venti pare sia appartenuto a Mastro Orazio Mancuso e avrebbe funzionato fino agli anni ’40. Un riferimento a questo mulino per il sec. XIX richiama il nome di un gabelloto, Santo Severino, per conto dei gesuiti.





N. 8 Mulino degli archi o di San Giovanni
Proseguendo verso nord-est lungo la direttrice artificiale della saia si arriva fino a questo mulino, che prende il nome da una sua caratteristica costruttiva e dalla contrada (figg. 29-40). Non ne restano che pochi ruderi; si racconta che appartenesse a una famiglia di Vizzini e fu gestito dal Sig. Mario Intendente. Per ottenere il salto dell’acqua c’erano diversi archi, che hanno dato il nome alla struttura. Anche qui c’era un piccolo abbeveratoio.












N. 9 Mulino o Burgu
Accanto all’attuale SS. 385 si trova questo mulino (figg. 41-54); ne viene fatta menzione in un inventario connesso all’eredità di Vincenza Stuto in Limoli a favore dei cappellani della parrocchiale di Santa Maria, datato 30 settembre 1622 [4]. L’ultimo suo abitante era Filippo Li Rosi, detto a campagnola perché usava cantare spesso quella canzone popolare. La struttura, ridotta a un rudere, data la presenza di paraste angolari sembra essere stato originariamente una torre, legata a un’antica strada diretta alle zone dell’ennese. In zona è stata trovata ceramica bizantina. In seguito sarebbe stato riadattato a mulino. Nel 2024 il sito è stato oggetto di una pulitura straordinaria per rimuovere la vegetazione infestante. Da notare anche un capitello ionico diviso a metà, riutilizzato nella parte alta dove arriva l’acqua.














N. 10 Mulino Scerba
La saia passava sotto strada e procedeva lungo la 385. Una deviazione della saia alimentava questo mulino, non più esistente fin dal secondo dopoguerra, denominato anche col nome della contrada (Pezza a Funtana). La saia proseguiva ancora, ma non risultano altre tracce di mulini; è probabile che le acque venissero impiegate per uso irriguo e eventualmente finissero nell’alveo del fiume Caltagirone.
Di questo mulino sappiamo che apparteneva al barone Spadaro; ci andavano a macinare Mastru Turi Liuni e Mastru Turi u Puspiraru. Viene nominato un gabelloto, il Sig. Orlando Montemagno [5]
I mulini del Gulfo
Lungo questo piccolo fiume sono riscontrati quattro mulini. I primi tre sono abbastanza in alto, vicini al confine con il Comune di Grammichele; i loro nomi ci sono stati riferiti dallo storico locale Giovanni Gianformaggio.
N. 11 Mulino Cimino

N. 12 Mulino Branciforti
figg. 56-57 ; vedi anche questa galleria fotografica


N. 13 Piano Albuni


N. 14 Mulino della Badia
Il quarto mulino è abbastanza distanziato dai precedenti e più a valle: veniva chiamato anche Camemi o anche Albanazzo (figg. 60-62). Se ne vede ancora l’inghiottitoio. Da documenti conservati presso l’archivio storico di Mineo si sa che nel 1906 apparteneva alla famiglia del Barone Sinatra (Carmelo, Cav. Mario, Cav. Emanuele e figli) e pagava il salto dell’acqua 12,7 lire. Si racconta che durante la II Guerra Mondiale il mulino fu rimesso in funzione “di contrabbando” per macinare del grano che non era stato denunciato presso le Autorità.



I mulini del Catalfaro e del Ferro
Sul torrente Catalfaro operavano due mulini: il primo era l’omonimo Mulino Catalfaro (n. 15) che non esiste più. Era alla fine della strada che da Borgotinto arriva al fiume Catalfaro. Vi si rivolgevano soprattutto abitanti di Militello [6] Procedendo avanti si incontra il mulino Arancio o Franchino (n. 16), oggi un rudere [figg. 63-70]. Aveva una propria saia per alimentarsi dell’acqua del fiume. Questo mulino è menzionato nella dote di Donna Eleonora Barresi, figlia di Don Fabrizio, per il matrimonio con Matteo caruso figlio di Pier [7]. Nel 1906 era degli Spadaro, in particolare Alfonsina vedova Crispo e pagava un salto dell’acqua di 12 lire e 7 centesimi come risulta da documenti dell’Archivio Storico di Mineo. Negli anni Venti del 900 era proprietà del Dott. Cusenza di Palagonia.








Dalle vecchie carte topografiche del 1897 si ritrova ancora lungo questo corso d’acqua più a valle un sito denominato Mulino delle Grotte (n. 17).
Infine, sul torrente Ferro (Tempio, Margherito o Catalfaro) si trova documentato il Mulino del Ferro (n. 18), non più esistente [figg. 71-72], sito in contrada Fausìa nei pressi del “castello” di Serravalle. Un riferimento a questo mulino si trova nel documento di concessione del feudo dei monaci basiliani di S. Maria di Gala fatta da Ruggero II nel 1141, dove viene denominato “molendini Floderisii”. Pare che venisse utilizzato dai coltivatori del feudo dei Monaci. Documenti dell’archivio storico di Mineo attestano che nel 1906 apparteneva al Principe Antonio Grimaldi fu Enrico e pagava al comune di Mineo il salto dell’acqua di lire 12 e 71 centesimi.


Conclusioni
Queste sono le informazioni documentate relative al territorio di Mineo. Va ricordato che il torrente Castellazzo procede in territorio di Caltagirone, dove una località veniva denominata Mulinazzo e probabilmente aveva una struttura di questo tipo.
Il presente studio dei mulini ad acqua di Mineo rivela un complesso sistema produttivo preindustriale che ha saputo sfruttare intelligentemente le risorse idriche del territorio. La rete di mulini, costruita lungo corsi d’acqua naturali e artificiali, testimonia non solo l’ingegno tecnico ma anche l’organizzazione sociale ed economica della comunità. Molti appassionati di storia locale si sono dedicati alla ricerca dei mulini ad acqua – o più precisamente dei loro resti – nelle campagne siciliane. Tali edifici rappresentano importanti testimonianze di un’epoca passata che non tornerà più. Oggi, nonostante molte strutture siano ridotte a ruderi o scomparse, questo patrimonio storico-architettonico merita di essere preservato e valorizzato come è avvenuto in altre zone della Sicilia. Ogni mulino ad acqua, adeguatamente gestito, diventa mèta di turismo culturale e gite didattiche.
La mappatura qui presentata, corredata da documentazione fotografica, costituisce un primo passo per la tutela di questi preziosi manufatti. I siti potrebbero essere rivitalizzati attraverso la creazione di itinerari culturali che ripercorrano le antiche trazzere, includendo nel percorso non solo i mulini ma anche torri, bagli e masserie del territorio. Un simile progetto di valorizzazione richiederebbe la sinergia tra enti locali – Comune, Provincia e Regione – e il coinvolgimento di imprenditori interessati a sviluppare forme sostenibili di agriturismo, permettendo così di preservare e tramandare la memoria di questo importante capitolo della storia economica e sociale del territorio.
Agrippino Todaro – Leone Venticinque
Note
1 Per informazioni a carattere generale sui mulini ad acqua in Sicilia, si veda: I mulini ad acqua, in: Centro Studi Ducezio, Atlante Storico Digitale della Sicilia.
2 Regolamenti amministrativi del Comune di Mineo, 36 pp., Catania, Tip. Galatola, 1870. Venne redatto durante la sindacatura del Barone Francesco Spadaro Ferreri, approvato dalla Deputazione Provinciale di Catania in data 31 dicembre 1868 e infine controfirmato dal ministro Oberti il 9 luglio 1869. Se ne riportano qui di seguito le parti riguardanti la gestione delle acque pubbliche e l’attività dei mulini.
Capo Terzo
Art. 28. Niuno può trattenere, deviare, o turbare il corso delle acque scorrenti per i luoghi pubblici, ed è vietato di gettarvi immondizie, ed altre materie.
Resta pure vietato di lavavi biancheria, od altro salvo in quelle acque destinate a tal’uso, ed in appositi siti. (p. 7)
CAPO SESTO
Mugnai.
Art. 49. I mugnai dovranno tenere i loro mulini aperti al pubblico dall’alba d’ogni giorno non festivo, sino a due ore di notte, salvo i casi d’urgenza, in cui possono essere obbligati a servire il pubblico, anche in detti giorni.
Art. 50. I mugnai non potranno mai rifiutarsi di molire nei loro molini le granaglie dei privati secondo l’ ordine in cui vengono presentati alla macina.
Art. 51. I mulini devono tenersi continuamente in istato servibile, e pulito. Le finestre dei medesimi saranno chiuse con impannate per impedire la volatilizzazione delle farine.
Art. 52. Sarà obbligo dei mugnai di tenere nei loro mulini i debiti vagli, ed una stadera per uso di quelli, che intendono servirsene prima, e dopo macinati i loro cereali.
Art. 53. È severamente proibito ai Mugnai di bagnare, o alterare in qualsiasi modo le granaglie presentate ai loro Mulini, come pure di confondere, o macinare insieme le granaglie di più padroni.
Art. 54. Nessun diritto è dovuto dagli accorrenti ai Mugnai per la pesatura delle granaglie, e delle farine.
Art. 55. I Mugnai sono obbligati di tenere riparati dalla umidità i sacchi delle granaglie, e delle farine nei loro Mulini, ove dovranno avere un tavolato di legno per collocarvi sopra i sudetti sacchi, affinchè la umidità non alteri il peso a danno degli avventori.
Art. 56. I Mugnai non sono esclusi dall’obbligo della preventiva dichiarazione di cui all’art. 34. — In tale dichiarazione dovranno indicare il numero delle ruote, e le forze motrici, che hanno intenzione di applicare. (p. 10)
3 Si veda la documentazione fotografica pubblicata in: Agrippino Todaro, Leone Venticinque, C’era una volta a Mineo, Centro Studi Ducezio, 2023.
4 Cfr. Tamburino Merlini, Imparzial tessuto storico-critico, pp. 78-83.
5 Cfr. I beni dei gesuiti in Sicilia, 1974.
6 Cfr. Sebastiano Di Fazio, I mulini del “Principe padrone”, 2002, p. 78.
7 Cfr. Giuseppe Majorana, Le Cronache inedite di Filippo Caruso, “Archivio Storico per la Sicilia Orientale”, VIII, IX, X, XIII, Catania, Giannotta, 1916, p. 37.
