Il Cara di Mineo, una storia da raccontare

> Vai all’Agente Giuseppe Fava

Il CARA di Mineo (2011-2019) fu il più grande centro europeo per richiedenti asilo: nato su un ex villaggio USA vicino a Catania, arrivò a ospitare oltre 4.000 persone e divenne un simbolo degli eccessi del “modello emergenziale” italiano. Un intreccio di appalti pilotati, infiltrazioni mafiose, violenze interne, condizioni di vita degradanti, proteste e perfino alcuni omicidi portarono a numerose inchieste giudiziarie e, infine, alla chiusura decretata dal Viminale nel luglio 2019.
Report giornalistici e Ong hanno paragonato il centro a «una prigione a cielo aperto», con controllo dei movimenti, spaccio e aggressioni; Salvini stesso ha citato «mafie italiane e nigeriane» nel celebrarne la chiusura il 2 luglio 2019.

Il giornalista Giuseppe Fava

Giuseppe “Pippo” Fava, cronista catanese ucciso da Cosa Nostra nel 1984 per aver smascherato il patto fra imprenditori, politici e clan, incarna ogni nodo del “caso Mineo”: la stessa provincia, gli stessi mandanti (il clan Santapaola-Ercolano), lo stesso schema di appalti truccati e di legalità sospesa. Il suo giornalismo “fatto di verità” denunciava proprio il tipo di compromesso che al CARA di Mineo trasformò un villaggio di 404 villette NATO nel più grande centro profughi d’Europa, generando affari miliardari, violenze e inchieste per corruzione. Per chi non ha vissuto quegli anni, Fava offre la lente più efficace per spiegare perché quel centro è diventato il simbolo di un modello mafio-clientelare di gestione dell’immigrazione.
Una relazione parlamentare del 2017 ha definito Mineo «emblema di sprechi e modello criminale», invitandone alla chiusura; Fava descriveva già negli anni ’80 la mafia come “predatrice del denaro pubblico”.

Vita quotidiana nel Cara di Mineo

Fava sosteneva che «un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza e la criminalità». Questa idea coincide con il bisogno di trasparenza emerso sul CARA, dove fake news e zone d’ombra hanno agevolato affari e violazioni.
Il sacrificio di Fava rende credibile una narrazione che unisce empatia verso i migranti e intransigenza verso i corrotti, parlando a un pubblico che non ha vissuto né gli anni ’80 né l’escalation di Mineo. Il giornalista descriveva buste “pre-aperte” e ribassi fittizi; allo stesso modo, l’ex funzionario del Viminale Luca Odevaine ha ammesso di aver incassato tangenti mensili per indirizzare la maxi-gara di Mineo, patteggiando prima 2 anni e 8 mesi a Roma e poi altri 6 mesi a Catania.
Parlare del CARA di Mineo con la voce – e con il metodo – di Pippo Fava significa restituire a quella vicenda la sua vera natura: un affare di mafia, di politica e di diritti negati, radicato nella stessa terra e nello stesso copione che lo scrittore-giornalista aveva già svelato quarant’anni fa. Utilizzare il suo nome per un agente specializzato garantisce non soltanto autorevolezza storica, ma anche un richiamo costante alla verifica dei fatti e alla responsabilità civile di chi racconta.

search previous next tag category expand menu location phone mail time cart zoom edit close