Quando pensiamo alla Prima Guerra Mondiale, la nostra immaginazione corre subito al fronte settentrionale: le trincee dell’Isonzo, le Alpi innevate del Trentino, il fango di Caporetto. Eppure, a centinaia di chilometri dalle linee di combattimento, la Sicilia visse una dimensione inedita del conflitto. Mentre al Nord si moriva e si combatteva, l’isola si trasformò in un immenso territorio di accoglienza forzata: per decine di migliaia di profughi civili italiani in fuga dall’invasione austro-ungarica, così come per migliaia di prigionieri nemici catturati sul fronte e trasferiti qui per essere internati e impiegati in lavori forzati.
Questa mappa racconta due fenomeni paralleli e interconnessi. Da un lato, i profughi civili: donne, bambini, anziani veneti e friulani che dopo la disfatta di Caporetto (ottobre-novembre 1917) furono evacuati dalle zone invase e distribuiti su tutto il Regno d’Italia attraverso un sistema statale di accoglienza senza precedenti. Dall’altro, i prigionieri austro-ungarici: soldati ungheresi, cechi, slovacchi, polacchi, serbi e croati catturati dall’esercito italiano tra il 1915 e il 1918, rinchiusi in decine di campi siciliani e impiegati nell’agricoltura, nelle opere pubbliche, nelle costruzioni.
La mappa è organizzata in tre livelli indipendenti. Il primo mostra le 12 principali località siciliane che accolsero profughi italiani tra il 1917 e il 1921. Il secondo individua i 30 campi di concentramento per prigionieri austro-ungarici operativi tra il 1915 e il 1920. Il terzo conduce ai 5 luoghi della memoria ancora visitabili oggi: cappelle, musei, cimiteri, sentieri che conservano tracce materiali di quegli anni. Potete esplorare la mappa liberamente, oppure seguire questo testo che accompagna ogni livello con informazioni storiche, dati, riflessioni metodologiche.
Nelle pagine che seguono si troveranno spesso oscillazioni numeriche: 21.500 profughi secondo una fonte, 40.000-50.000 secondo un’altra; 10.000 prigionieri secondo uno storico, 20.000-30.000 secondo altri studi. Queste oscillazioni non sono errori o approssimazioni: riflettono lo stato reale delle fonti e testimoniano le complessità del fare storia. È importante capire perché i numeri oscillano, quali scelte metodologiche abbiamo operato per costruire questa mappa, e cosa sappiamo con certezza e cosa invece ci sfugge ancora. Le fonti d’epoca presentano limiti intrinseci. I censimenti governativi, come quello del Ministero delle Terre Liberate dell’ottobre 1918, fotografano un momento specifico ma non l’intero periodo: chi era già rientrato al Nord? Chi era appena arrivato? I rapporti prefettizi erano frammentari e non sempre coordinati tra province diverse. Gli archivi comunali siciliani sono dispersi, lacunosi, in alcuni casi perduti per incendi o incuria. Le ricerche storiche recenti, inoltre, utilizzano criteri di conteggio diversi e accedono a fonti diverse, producendo inevitabilmente stime variabili.
Ma il problema più profondo riguarda la definizione stessa di cosa stiamo contando. Quando una fonte parla di “21.500 profughi in Sicilia”, si riferisce alle presenze stabili o include anche i transiti temporanei? Molti profughi furono spostati più volte tra diverse località: vanno contati una volta sola o ad ogni spostamento? E i “campi” per prigionieri: consideriamo solo le strutture permanenti con centinaia di internati, oppure anche piccoli nuclei di poche decine di uomini dispersi in cascinali requisiti? La documentazione è incompleta soprattutto per le località minori: molti campi sono attestati da menzioni indirette, lettere, toponomastica, ma senza registri precisi. Numeri certi esistono solo per i campi maggiori come Vittoria, Siracusa, Catania.
Di fronte a queste incertezze, abbiamo operato scelte trasparenti e verificabili. Per i profughi italiani abbiamo incluso tutte le 12 località con documentazione certa di accoglienza, raggruppandole per dimensioni: concentrazioni superiori a 5.000 persone (Siracusa, Catania, Caltanissetta); medie tra 3.000 e 5.000 (Ragusa, Modica, Vittoria); minori o non quantificate (Agrigento, Trapani, Enna, Castrofilippo, Palermo, Messina). Abbiamo incluso anche Castrofilippo, nonostante l’assenza di stime numeriche, perché esiste documentazione qualitativa dettagliata sulla famiglia Fiorese dalla Valle del Brenta, esempio prezioso delle microstorie dietro le statistiche.
Per i prigionieri austro-ungarici abbiamo mappato tutti i 30 campi attestati da fonti storiche o archivi comunali, distinguendo tra campi maggiori con stime disponibili (Vittoria con 5.000-18.000 prigionieri, Milazzo e Messina con 1.000-2.000) e campi minori di cui conosciamo l’esistenza ma non i numeri precisi. Abbiamo evidenziato separatamente i due campi per ufficiali (Piazza Armerina, Castello Ursino a Catania), perché il trattamento riservato agli ufficiali era sostanzialmente diverso da quello della truppa.
Nelle descrizioni dei segnaposto sulla mappa e nei testi riassuntivi abbiamo scelto di riportare entrambe le stime quando esistono oscillazioni, dichiarando esplicitamente le fonti e le possibili spiegazioni delle discrepanze. Non abbiamo “scelto un campo” tra le cifre, perché riteniamo più onesto mostrare cosa le fonti dicono realmente. Questo approccio ha un valore didattico: imparare a fare storia significa anche imparare a convivere con l’incertezza, evitare la falsa precisione, riconoscere i limiti delle nostre conoscenze.
PROFUGHI CIVILI E POPOLAZIONI EVACUATE (1917-1921)
L’esodo dopo Caporetto e l’arrivo in Sicilia
Il 24 ottobre 1917 le forze austro-ungariche e tedesche sfondarono il fronte italiano sull’Isonzo. In pochi giorni l’esercito italiano collassò, abbandonando il Friuli e il Veneto orientale all’invasione nemica. Quella che passerà alla storia come la “disfatta di Caporetto” non coinvolse solo i soldati: centinaia di migliaia di civili ricevettero l’ordine di evacuazione immediata. Interi paesi si svuotarono nel giro di ore. Le strade verso ovest si riempirono di colonne interminabili: famiglie a piedi trascinando carretti, carri agricoli stracarichi, bambini piangenti, anziani confusi. Chi riuscì a salire sui treni sovraffollati affrontò viaggi allucinanti di dieci, quindici giorni consecutivi senza poter scendere, ammassato in carri merci, senza sapere dove sarebbe finito. Questi convogli furono popolarmente ribattezzati “treni della vergogna” per le condizioni disumane del trasporto.
Le dimensioni dell’esodo furono senza precedenti nella storia italiana: circa 630.000 profughi totali nel Regno d’Italia, di cui 503.494 provenienti dal solo Veneto secondo il censimento governativo dell’ottobre 1918. Circa 290.000 persone abbandonarono le province direttamente invase: Udine, Belluno, Treviso, Venezia, parte di Vicenza. Non si trattava di una fuga spontanea: l’evacuazione fu ordinata dalle autorità militari, spesso senza preavviso, per ragioni strategiche (sottrarre risorse umane ed economiche al nemico) e umanitarie (proteggere i civili dalle violenze dell’occupazione). Ma l’organizzazione fu improvvisata, caotica, dolorosa. Famiglie vennero separate, molti bambini persero il contatto con i genitori, destinazioni furono assegnate arbitrariamente.
Il governo italiano, travolto dall’emergenza, dovette improvvisare un sistema di accoglienza su scala nazionale. A novembre 1917 fu istituito l’Alto Commissariato per i profughi di guerra, guidato prima da Giovanni Raineri e poi dal senatore Luigi Rava. L’obiettivo era distribuire i profughi su tutto il Regno per evitare il collasso di singole aree. Vennero privilegiate le regioni del Centro-Sud, lontane dal fronte e con capacità ricettiva ancora disponibile. Lo Stato requisì caserme militari, conventi, scuole, teatri, edifici pubblici di ogni tipo. Vennero costruiti campi barraccati ex novo. Vennero organizzati affidamenti a famiglie private in cambio di modesti sussidi. Fu un’operazione immensa, costosa, spesso inefficiente ma senza alternative.
La Sicilia entrò in questo sistema come destinazione importante ma non principale. I profughi arrivarono via mare, dopo traversate dai porti di Napoli o direttamente dall’Adriatico, oppure via terra attraverso lo Stretto di Messina. L’isola offriva alcuni vantaggi: era lontana dal fronte, aveva spazi disponibili, la sua economia agricola poteva teoricamente assorbire manodopera. Ma il governo scelse di evitare Palermo e Messina come destinazioni principali: entrambe le città erano ancora traumatizzate e in ricostruzione dopo il devastante terremoto del 1908, con infrastrutture insufficienti e popolazioni provate. Vennero invece privilegiate la Sicilia orientale e sud-orientale (Siracusa, Catania, Ragusa, Modica) e alcuni centri dell’interno (Caltanissetta, Enna, Agrigento). Tra la fine del 1917 e i primi mesi del 1918, migliaia di veneti e friulani sbarcarono in porti che non avevano mai visto, furono smistati verso paesi di cui ignoravano l’esistenza, si ritrovarono in un Sud che pareva loro lontanissimo e incomprensibile quanto il fronte da cui erano fuggiti.
Chi erano e quanti erano: dati riassuntivi
Numeri totali in Sicilia
Le fonti oscillano significativamente. Giuseppe Mazzaglia, sulla base di ricerche archivistiche locali, stima circa 21.500 profughi stabili in Sicilia. Altri studi parlano di 40.000-50.000 persone. La discrepanza riflette probabilmente criteri di conteggio diversi: la prima cifra potrebbe riferirsi alle presenze prolungate e documentate nei registri comunali; la seconda potrebbe includere transiti temporanei, spostamenti interni tra località siciliane, arrivi e ripartenze nel corso dei quattro anni. Nessuna delle due stime è “sbagliata”: riflettono semplicemente cosa si decide di contare.
Provenienza geografica
La maggioranza assoluta dei profughi accolti in Sicilia proveniva dal Friuli, in particolare dalle province di Udine e Belluno, le più duramente colpite dall’invasione dopo Caporetto. Una presenza consistente era di veneti orientali: province di Treviso, Venezia, Belluno di nuovo. Minoranze più piccole includevano trentini, istriani e giuliani, già evacuati in precedenza tra il 1915 e il 1916 dalle zone occupate e poi trasferiti nuovamente verso sud. L’identità regionale era fortissima: questi profughi non si sentivano semplicemente “italiani”, ma veneti, friulani, con dialetti incomprensibili per i siciliani e viceversa. Il senso di estraneità reciproca fu enorme.
Composizione demografica
Circa il 70% dei profughi erano donne, bambini e anziani. Circa il 30% erano bambini sotto i 15 anni, molti dei quali viaggiavano soli o avevano perso il contatto con le famiglie durante l’evacuazione. Gli uomini adulti erano quasi totalmente assenti: chi non era al fronte era stato fatto prigioniero dagli austro-ungarici o era stato internato in altre regioni per ragioni di controllo. Questa composizione demografica creò problemi assistenziali specifici: alimentazione infantile, scolarizzazione dei bambini evacuati, assistenza medica per anziani malati, protezione di donne sole in contesti estranei e talvolta ostili.
Periodo di permanenza
I profughi arrivarono tra la fine del 1917 e i primi mesi del 1918, con il picco massimo tra novembre e dicembre 1917. La permanenza fu lunghissima: molti rimasero in Sicilia tre o quattro anni. Il rimpatrio, organizzato dallo Stato a partire dal 1919, fu un processo lento, traumatico, spesso più doloroso dell’esodo stesso. I profughi tornavano in paesi distrutti, case occupate o demolite, campi minati, economie locali devastate. Alcuni non tornarono mai: orfani integrati in famiglie siciliane, vedove risposate, famiglie che avevano trovato lavoro e una nuova vita. Ancora negli anni Trenta alcuni cognomi veneti e friulani sopravvivevano in località come Modica, Vittoria, Niscemi, testimonianza di integrazioni permanenti.
Dove furono accolti: guida ai 12 segnaposto rossi
Le località sono presentate in ordine decrescente per numero di profughi accolti, dove esistono stime quantitative. Sulla mappa, i segnaposto rossi si distinguono per intensità di colore: rosso scuro per le concentrazioni superiori a 5.000 persone, rosso medio per quelle tra 3.000 e 5.000, rosso chiaro per le località minori o non quantificate. Cliccando su ogni segnaposto accedete ai dettagli specifici della struttura, delle condizioni, delle particolarità locali.
Le grandi concentrazioni (oltre 5.000 persone)
Siracusa rappresentò la maggiore concentrazione di profughi in Sicilia: tra 8.000 e 10.000 persone secondo le stime più accreditate. La città dovette operare un riadattamento massiccio delle proprie infrastrutture: caserme militari, conventi requisiti, scuole svuotate degli studenti locali, teatri trasformati in dormitori, e soprattutto la costruzione di baracche nei terreni periferici. La composizione era quella tipica: nuclei familiari spezzati, prevalenza assoluta di donne e bambini, condizioni di promiscuità e sovraffollamento. Molti profughi siracusani rimasero fino al 1921, tra gli ultimi a rimpatriare.
Catania fu la seconda città per numero di profughi, con 6.000-7.000 presenze documentate. Alcune strutture divennero iconiche: l’ex convento dei Benedettini, già convertito in caserma, ospitò centinaia di famiglie; teatri storici furono requisiti; scuole elementari chiusero per fare spazio ai dormitori. La prossimità dell’Etna creò problemi igienici specifici, soprattutto per l’approvvigionamento idrico. Nonostante le difficoltà, Catania registrò diversi casi di integrazione permanente: matrimoni tra profughi e popolazione locale, famiglie che decisero di non tornare.
Caltanissetta rappresentò la principale concentrazione nell’interno siciliano, con 5.000-6.000 profughi. La particolarità fu la costruzione di un grande campo barraccato fuori città, una vera “città-profughi” in legno con centinaia di baracche. Le condizioni climatiche furono durissime: caldo torrido d’estate, freddo umido d’inverno, assenza di riparo adeguato. Caltanissetta fu anche uno snodo logistico importante per spostamenti interni verso altre località dell’isola.
Le concentrazioni medie (3.000-5.000 persone)
Ragusa accolse tra 4.000 e 5.000 profughi utilizzando un sistema misto pubblico-privato: conventi requisiti per le concentrazioni maggiori, ma anche affidamenti diretti a famiglie siciliane disposte ad accogliere nuclei più piccoli in cambio di sussidi statali. Questo sistema favorì una maggiore integrazione sociale ma creò anche tensioni quando i compensi tardavano o si rivelavano insufficienti.
Modica ospitò tra 3.000 e 4.000 profughi, principalmente nell’ex seminario diocesano e in case requisite. Modica conserva un dato storicamente significativo: ancora negli anni Trenta, quindi più di un decennio dopo la fine della guerra, diversi cognomi friulani e veneti erano presenti nei registri anagrafici, testimonianza di famiglie che avevano scelto di rimanere definitivamente o di orfani cresciuti da famiglie siciliane e mai tornati al Nord.
Vittoria accolse circa 3.500 profughi, costituendo uno dei campi più grandi dell’isola. La particolarità di Vittoria è la convivenza spaziale con il campo per prigionieri austro-ungarici, il più grande della Sicilia: le due strutture erano separate ma nella stessa area, creando situazioni surreali dove profughi italiani in fuga dall’invasione austro-ungarica vivevano a poche centinaia di metri da soldati austro-ungarici prigionieri.
Le concentrazioni minori e i casi speciali
Agrigento, Trapani ed Enna accolsero ciascuna tra 1.000 e 3.000 profughi, con distribuzione capillare su strutture sparse. La documentazione disponibile per queste località è minore, ma la loro inclusione testimonia l’estensione geografica del fenomeno: non solo grandi città costiere, ma anche centri medi dell’interno furono coinvolti nel sistema di accoglienza.
Castrofilippo, piccolo centro dell’agrigentino, è incluso pur senza stime quantitative per il valore della sua documentazione qualitativa. Esiste un tracciamento genealogico dettagliato della famiglia Fiorese, originaria della Valle del Brenta, arrivata a Castrofilippo dopo Caporetto e rimasta permanentemente. Questa microstoria mostra che dietro le statistiche ci sono percorsi individuali, scelte, vite trasformate.
Palermo e Messina accolsero solo piccoli gruppi di profughi, nonostante fossero le maggiori città siciliane. Entrambe furono volutamente evitate come destinazioni principali dal governo centrale: le gravissime conseguenze del terremoto del 1908, che aveva raso al suolo Messina e danneggiato Palermo, le rendevano ancora traumatizzate e con infrastrutture limitate. Palermo ospitò soprattutto orfani e malati in istituti religiosi specifici; Messina funzionò più che altro da porto di transito.
Dietro questi numeri e queste località stanno storie umane di sradicamento improvviso, di famiglie disperse, di bambini cresciuti lontano da casa, di donne sole in terre estranee. Le condizioni di vita oscillarono tra momenti di solidarietà spontanea — comitati cittadini che organizzavano raccolte di vestiti e cibo, parroci che mobilitavano parrocchie, famiglie che aprivano le case — e tensioni crescenti. Col passare dei mesi e degli anni, la diffidenza aumentò: i siciliani chiamavano i profughi “i todeschi” o “i forestieri”, li accusavano di portare malattie (soprattutto durante l’epidemia di influenza spagnola del 1918-19), di rubare il lavoro. Ci furono episodi di ostilità e anche qualche tafferuglio. La convivenza forzata durò troppo a lungo.
L’eredità di quegli anni è complessa: alcuni profughi non tornarono mai, cognomi nordestini sono ancora presenti in alcuni paesi, memorie familiari di “bisnonne friulane” o “nonni veneti” circolano ancora. Ma la memoria collettiva è fragile, quasi cancellata.
PRIGIONIERI DI GUERRA AUSTRO-UNGARICI (1915-1920)
Catture, trasferimenti e impiego in Sicilia
Il 24 maggio 1915 l’Italia dichiarò guerra all’Impero austro-ungarico. Da quel momento e fino all’armistizio del 4 novembre 1918, l’esercito italiano catturò complessivamente tra 150.000 e 200.000 prigionieri nemici. Le catture avvennero principalmente durante le dodici battaglie dell’Isonzo, in azioni minori sul fronte trentino, e soprattutto dopo la battaglia di Vittorio Veneto nell’ottobre 1918, quando decine di migliaia di soldati austro-ungarici si arresero in massa. Ma questi prigionieri non erano semplicemente “austriaci”: rappresentavano l’esercito multi-etnico di un impero in dissoluzione. Tra loro c’erano ungheresi (la maggioranza), cechi, slovacchi, polacchi, bosniaci, serbi, croati, romeni, e solo una minoranza di austriaci tedeschi. Molti di questi soldati combattevano controvoglia per un impero che non sentivano loro, e le tensioni etniche e politiche interne all’Impero si riflettevano anche nei campi di prigionia italiani.
La Sicilia divenne destinazione per questi prigionieri già dal novembre 1915, pochi mesi dopo l’entrata in guerra dell’Italia. Le motivazioni erano logistiche e strategiche: l’isola era lontana dal fronte, riducendo il rischio di fughe verso le linee nemiche; aveva bisogno disperato di manodopera, perché i braccianti siciliani erano stati richiamati alle armi; aveva spazio disponibile per campi dispersi sul territorio. I prigionieri arrivavano via mare dai porti adriatici (Ancona, Brindisi) verso i porti siciliani (Messina, Milazzo, Palermo), poi venivano redistribuiti nell’interno.
Una volta in Sicilia, i prigionieri furono impiegati in lavori forzati, conformemente alla Convenzione dell’Aja del 1907 che autorizzava il lavoro obbligatorio per la truppa (ma non per gli ufficiali). Vennero mandati nei vigneti del trapanese, negli agrumeti della piana catanese, nei campi di grano dell’interno. Costruirono strade, acquedotti, bonifiche. Scavarono sentieri sui monti palermitani. Il loro lavoro era essenziale per l’economia siciliana in tempo di guerra, ma le condizioni furono dure: salari inesistenti o simbolici, sorveglianza militare costante, alloggi spesso sovraffollati e insalubri, alimentazione scarsa. Le condizioni, pur variabili da campo a campo, erano comunque generalmente migliori di quelle che i prigionieri italiani subivano nei campi austro-ungarici: la mortalità tra i prigionieri in Sicilia si attestò attorno al 10-15%, contro il 16% dei prigionieri italiani in Austria-Ungheria.
I rapporti con la popolazione locale furono ambivalenti. Inizialmente prevalse diffidenza e ostilità: erano “nemici”, portatori potenziali di pericolo e malattie. Ma col tempo, soprattutto nei campi minori e nelle situazioni di lavoro agricolo a contatto quotidiano, si svilupparono rapporti più complessi: scambi commerciali (i prigionieri barattavano piccoli manufatti artigianali per cibo o tabacco), amicizie, persino storie d’amore che portarono ad alcuni matrimoni dopo la guerra. Tuttavia, dopo Caporetto (novembre 1917), quando le notizie delle vittorie austro-ungariche raggiunsero i campi, molti prigionieri si galvanizzarono e scoppiarono disordini, tensioni, risse. La sorveglianza venne inasprita. All’interno dei campi, inoltre, le tensioni etniche dell’Impero continuavano: cechi e slovacchi, che sognavano l’indipendenza, scontravano con ungheresi fedeli alla corona; serbi e croati litigavano per ragioni nazionalistiche; divisioni religiose (cattolici, ortodossi, musulmani bosniaci) creavano attriti. I campi siciliani erano microcosmi delle contraddizioni di un impero morente.
Chi erano e quanti erano: dati riassuntivi
Numeri totali in Sicilia
Anche per i prigionieri le fonti oscillano. Giuseppe Mazzaglia stima circa 10.000 prigionieri presenti contemporaneamente in Sicilia. Altri studi parlano di 20.000-30.000. La discrepanza è probabilmente spiegabile così: la cifra minore si riferisce alle presenze stabili in un dato momento; la cifra maggiore include i transiti totali nel periodo 1915-1920, considerando che molti prigionieri furono spostati più volte tra campi diversi. Il campo di Vittoria da solo mostra oscillazioni enormi (5.000-18.000), riflettendo forse picchi massimi versus capacità ordinaria. La frammentazione documentaria per i campi minori rende impossibile una conta definitiva.
Composizione etnica
La maggioranza assoluta era composta da ungheresi, specialmente nel grande campo di Vittoria dove si stima fossero 18.000. Presenze consistenti di cechi, slovacchi e polacchi, popoli slavi che vedevano nell’Impero austro-ungarico un oppressore e che spesso mostravano simpatie filo-italiane sperando nell’indipendenza nazionale. Minoranze di bosniaci, serbi, croati, romeni, e una piccola percentuale di austriaci tedeschi. Questa varietà etnica aveva rilevanza pratica: le tensioni interne ai campi riflettevano le spinte indipendentiste che stavano disgregando l’Impero. Quando nel 1918 l’Impero crollò, alcuni prigionieri (soprattutto cechi e slovacchi) chiesero di combattere con gli italiani contro l’Austria-Ungheria.
Periodo di internamento
I primi arrivi risalgono al novembre 1915. Gli arrivi continuarono scaglionati fino all’ottobre 1918. La permanenza variò enormemente: da pochi mesi per chi fu catturato a fine guerra, fino a quattro-cinque anni per chi fu preso nei primi scontri del 1915. Il rimpatrio iniziò dopo l’armistizio del 4 novembre 1918, ma fu un processo lento che si trascinò fino al 1920. Alcuni prigionieri scelsero di non tornare: avevano creato legami, trovato lavoro, sposato donne siciliane. Cognomi ungheresi e cechi sono ancora rintracciabili in alcune zone della Sicilia.
Mortalità
Il tasso di mortalità si attestò attorno al 10-15% secondo le stime disponibili, una percentuale inferiore a quella dei prigionieri italiani nei campi austro-ungarici (16%). Le cause principali di morte furono l’epidemia di influenza spagnola del 1918-1919, che colpì duramente i campi sovraffollati, e malattie infettive come tifo e dissenteria, favorite da condizioni igieniche precarie. La malnutrizione fu un problema costante ma meno letale che altrove. I morti venivano sepolti in cimiteri dedicati o in sezioni speciali dei cimiteri comunali: il Cimitero dei Rotoli a Palermo conserva oltre 100 sepolture, la Cappella Ungherese di Vittoria commemora 118 nomi.
Dove furono internati: guida ai 30 segnaposto blu
Le località sono presentate in ordine decrescente per numero di prigionieri dove esistono stime quantitative; per i campi non quantificati l’ordine è convenzionale (geografico). I segnaposto blu sulla mappa si distinguono per intensità di colore: blu scuro per il campo principale (oltre 5.000), blu medio per campi medi (1.000-5.000), blu chiaro per campi minori (centinaia o non quantificati). I campi per ufficiali sono evidenziati con una stella blu, perché il loro regime era sostanzialmente diverso. Cliccando su ogni segnaposto accedete ai dettagli specifici.
Il campo principale
Vittoria (provincia di Ragusa) fu il campo più grande in Sicilia e uno dei maggiori in tutto il Mezzogiorno italiano. Le stime oscillano in modo impressionante: da 5.000 a 18.000 prigionieri. È difficile stabilire se la cifra maggiore rappresenti un picco eccezionale, la somma dei transiti totali, o un errore documentario. Quel che è certo è che Vittoria ospitò principalmente ungheresi e che fu una struttura permanente e organizzata. Il campo consisteva di 37 baracche in legno, costruite appositamente, disperse su un’area agricola. Oggi ne sopravvivono solo 4 (vedi Livello 3). I prigionieri lavoravano nei campi circostanti, soprattutto in agricoltura. Una particolarità unica: il campo batteva moneta propria, firmata dal comandante, che i prigionieri usavano per acquisti interni. Queste monete hanno oggi valore collezionistico di circa 500 euro. Le vittime furono 118, morte principalmente per l’influenza spagnola del 1918-19, e sono sepolte nella Cappella Ungherese che ancora oggi riceve delegazioni annuali dall’Ungheria.
I campi medi
Milazzo (provincia di Messina) ospitò tra 1.000 e 2.000 prigionieri ed era un campo permanente strategico per la sua posizione vicino al porto. I prigionieri arrivavano via mare e alcuni venivano smistati altrove, altri rimanevano impiegati in lavori portuali. Messina funzionò principalmente come campo di transito con circa 1.000 presenze, anche qui con impiego nei lavori portuali. Nonostante fosse una città grande, i numeri rimasero contenuti per le conseguenze del terremoto del 1908 che limitavano le capacità ricettive.
I campi minori: distribuzione capillare sul territorio
La maggioranza dei 30 campi mappati rientra nella categoria “minori”: abbiamo documentazione della loro esistenza da menzioni in archivi comunali, studi locali, toponomastica, ma non numeri precisi. Questa capillarità testimonia l’estensione del sistema di internamento. Raggruppiamo geograficamente:
Area palermitana (9 località): Marsala aveva strutture temporanee per diverse centinaia di prigionieri impiegati nei vigneti. Palermo funzionò come centro di smistamento con diverse centinaia di presenze; il suo Cimitero dei Rotoli ospitò oltre 100 sepolture di prigionieri deceduti da tutta la provincia. Monreale utilizzò un convento requisito con alcune centinaia di prigionieri, alcuni sepolti localmente. Altri piccoli campi dispersi sul territorio palermitano includevano Cefalù (Caserma Botta), Termini Imerese, Bagheria, Terrasini, Balestrate, Cinisi, Torretta, Carini, Palazzo Adriano: tutti impiegati per lavori agricoli e piccole opere pubbliche, con presenze non quantificate ma attestate.
Zona Madonie (4 località): Caltavuturo, Campofelice di Roccella, Lascari, Cerda erano campi in area montana, con prigionieri impiegati per lavori boschivi e costruzione di sentieri. Anche qui: esistenza certa, numeri sconosciuti.
Versante sud Etna (5 località): Tremestieri Etneo, Zafferana Etnea, Trecastagni, San Giovanni La Punta, Adrano formavano una rete di campi nell’entroterra catanese, utilizzati per lavori agricoli e opere idrauliche.
Area agrigentina (3 località): Sciacca, Favara, Torrelunga erano campi dispersi nel territorio agrigentino, con documentazione frammentaria.
Altri campi isolati: Noto è documentato ma non quantificato.
I campi per ufficiali: un regime separato
La Convenzione dell’Aja del 1907 vietava il lavoro forzato per gli ufficiali prigionieri, che dovevano ricevere un trattamento consono al loro rango. Due campi siciliani furono dedicati specificamente agli ufficiali: Piazza Armerina utilizzò il Monastero delle Benedettine SS. Trinità, requisito appositamente, dove gli ufficiali austro-ungarici godevano di maggiore libertà di movimento, condizioni materiali migliori, possibilità di corrispondenza regolare, attività culturali. Catania destinò il Castello Ursino, struttura simbolica e prestigiosa, per lo stesso scopo. Il trattamento era sostanzialmente diverso da quello riservato alla truppa: controllo blando, dignità preservata, niente lavori manuali.
Questo sistema articolato di 30 località e tipologie diverse funzionò per quasi cinque anni. L’eredità materiale è scarsa: la maggioranza assoluta delle strutture è scomparsa, baracche demolite, edifici tornati alle funzioni originarie, tracce cancellate. L’eredità umana è più persistente: cognomi ungheresi e cechi ancora presenti in alcune zone, memorie familiari di “nonni prigionieri” che rimasero, matrimoni misti. L’eredità diplomatica è sorprendentemente forte: i rapporti tra Italia e Ungheria mantengono viva la memoria, con delegazioni ufficiali che visitano annualmente Vittoria per commemorare i 118 morti. Ma per capire cosa rimane davvero di questo sistema capillare, dobbiamo passare al Livello 3: i luoghi della memoria ancora visitabili oggi sono solo cinque, concentrati in due sole località.
LUOGHI DELLA MEMORIA E SELEZIONE DEL RICORDO
Cosa rimane, cosa è scomparso, cosa è stato scelto
Del sistema capillare che per cinque anni coinvolse decine di migliaia di persone, oggi rimangono visitabili solo 5 siti, concentrati in appena 2 località: Vittoria e Palermo. Tre siti su cinque si trovano a Vittoria; due a Palermo.
La maggioranza assoluta delle strutture è scomparsa senza lasciare traccia. I campi barraccati furono demoliti: il legno era materiale prezioso nel dopoguerra, le baracche furono smontate e riutilizzate altrove o lasciate marcire. A Vittoria, delle 37 baracche originali ne sopravvivono solo 4, e questa è un’eccezione straordinaria. Gli edifici requisiti tornarono alle funzioni originarie: le scuole riaprirono per gli studenti, i teatri per gli spettacoli, i conventi per i religiosi. Gli adattamenti interni vennero cancellati: divisori smontati, latrine rimosse, recinzioni abbattute. Nel giro di pochi anni, nulla più testimoniava che lì fossero passate migliaia di profughi o prigionieri. La memoria orale svanì con le generazioni: gli ultimi testimoni diretti morirono negli anni Novanta, portandosi dietro racconti mai registrati. La documentazione archivistica è dispersa: alcuni archivi comunali conservano registri, altri hanno perso tutto in incendi, alluvioni, incuria burocratica.
Ma la scomparsa non fu solo materiale: fu anche una scomparsa dalla memoria collettiva. Oggi, chiedete a un siciliano qualsiasi se sa che la Sicilia accolse profughi veneti e friulani durante la Prima Guerra Mondiale: la risposta sarà quasi certamente negativa. Chiedete se sa dei campi per prigionieri austro-ungarici: stessa risposta, salvo forse a Vittoria dove la memoria è stata attivamente coltivata. Questa rimozione solleva domande: perché si è conservata memoria dei prigionieri austro-ungarici (almeno a Vittoria) e quasi nulla dei profughi italiani? Perché Vittoria concentra 3 siti su 5 totali? Cosa significa che gli unici luoghi conservati sono monumenti, musei e cimiteri, cioè luoghi della morte e della commemorazione, mentre nulla rimane della vita quotidiana? Chi ha deciso — o non-deciso — cosa meritasse di essere ricordato?
I cinque siti sopravvissuti sono finestre preziose su un sistema molto più vasto. Non sono rappresentativi: sono eccezioni. Ma proprio per questo vanno visitati, studiati, protetti.
A Vittoria si concentrano le testimonianze più rilevanti. L’area del campo di prigionia attualmente riutilizzata per varie funzioni tra cui la “Fiera Emaia”, la sede dell’AVIS e altre; un museo allestito in una delle strutture originarie del campo e infine una cappella nel locale cimitero.
1. Area del campo di prigionia

Oltre a quella che ospita il museo, sopravvivono altre 3 baracche originali in varie condizioni di conservazione. Una è visitabile esternamente, le altre sono in proprietà privata o in stato di abbandono. Queste strutture sono le uniche testimonianze materiali di campi prigionieri della Prima Guerra Mondiale sopravvissute in Sicilia — altrove tutto è stato demolito. Il loro valore storico è inestimabile proprio per questa unicità. La fragilità del legno, dopo più di un secolo, è evidente: servirebbero interventi di restauro conservativo. Ma il loro valore simbolico supera la materialità: camminare accanto a queste baracche significa toccare fisicamente la storia, vedere con i propri occhi dove vissero migliaia di uomini lontani da casa, prigionieri di una guerra che molti di loro non avevano voluto combattere.
2. Museo Italo-Ungherese

Il Museo è ospitato in una delle 4 baracche originali sopravvissute su 37 totali. Già questo dato dovrebbe far riflettere: il 90% delle strutture è scomparso, e solo la volontà di conservazione ha salvato queste quattro. All’interno sono esposti oggetti artigianali prodotti dai prigionieri durante la prigionia: penne intarsiate in osso, portasigarette in legno decorato, portacartine incisi con motivi geometrici, piccole sculture. Questi manufatti testimoniano il tentativo di preservare dignità e umanità attraverso la creatività, in condizioni di privazione. Il museo conserva anche le monete del campo: Vittoria batteva moneta propria, firmata dal comandante, che i prigionieri usavano per acquisti interni. Oggi queste monete hanno valore collezionistico di circa 500 euro. Sono esposti documenti d’archivio (corrispondenza, registri, ordini del giorno) e fotografie d’epoca che mostrano la vita quotidiana nel campo: prigionieri al lavoro nei campi, momenti di riposo, cerimonie. La particolarità del museo è che essere fisicamente dentro una baracca originale crea un’esperienza di immersione storica: si percepiscono le dimensioni ridotte, la precarietà della struttura in legno, l’assenza di comfort. Il museo è visitabile, ma è consigliabile verificare orari con il Comune di Vittoria.
3. Cappella Ungherese

La Cappella è un monumento ossario costruito nel periodo post-bellico su iniziativa del Capitano Giovan Battista Parrini, comandante interinale del campo. All’interno sono incisi 118 nomi di prigionieri ungheresi morti durante la prigionia, la maggioranza per l’epidemia di influenza spagnola del 1918-1919 che decimò i campi sovraffollati. Questo gesto — erigere un monumento per i “nemici” defunti — fu straordinario per l’epoca e testimonia un rispetto per la dignità umana che superava le divisioni della guerra. Oggi la Cappella è meta di delegazioni ufficiali ungheresi, soprattutto nel mese di novembre, quando si svolgono cerimonie commemorative con rappresentanti diplomatici di entrambi i paesi. È visitabile liberamente e rappresenta un simbolo potente dei rapporti italo-ungheresi contemporanei, costruiti anche sulla memoria condivisa di quella sofferenza.
I due siti palermitani rappresentano tipologie diverse di memoria: uno è un cimitero (memoria dei morti individuali), l’altro è un’opera pubblica costruita con lavoro forzato (memoria del lavoro, della fatica, della costrizione). Sono distanti tra loro: il Cimitero è in città, il Sentiero sul monte. Entrambi sono accessibili.
4. Cimitero dei Rotoli
Il Cimitero monumentale dei Rotoli, uno dei principali di Palermo, conserva sepolture di oltre 100 prigionieri austro-ungarici deceduti in prigionia tra il 1915 e il 1920. Tutti i prigionieri morti in provincia di Palermo furono raccolti qui, con l’eccezione di alcuni sepolti nel cimitero di San Giuseppe Jato. Le sepolture sono raggruppate in una sezione dedicata, con lapidi che riportano nomi, età, nazionalità. Le lingue incise sulle pietre — ungherese, ceco, tedesco — testimoniano la varietà etnica dell’Impero austro-ungarico. Alcune lapidi sono ben conservate, altre sono deteriorate e difficilmente leggibili dopo un secolo. Lo stato di manutenzione è variabile: dipende dall’attenzione delle autorità cimiteriali e dalle visite periodiche di delegazioni straniere. Il valore di questo luogo è la possibilità di recuperare storie individuali: leggendo i nomi, calcolando le età (molti avevano tra 20 e 30 anni), immaginando le famiglie lontane che forse non seppero mai dove esattamente riposassero i loro cari. Il cimitero è ad accesso pubblico e visitabile liberamente.
5. Sentiero degli Austriaci — Monte Castellaccio

Il Sentiero è un’opera pubblica costruita dai prigionieri austro-ungarici come lavoro forzato tra il 1915 e il 1918 sul Monte Castellaccio, sopra Palermo. Si tratta di un percorso di montagna, probabilmente una mulattiera, realizzato per scopi di collegamento e controllo del territorio. Oggi è un sentiero escursionistico molto frequentato, organizzato e segnalato dal CAI Sicilia. La difficoltà è media, percorribile a piedi in alcune ore. Camminare su questo sentiero crea un’esperienza fisica diretta: si cammina dove camminarono i prigionieri, si percepisce la fatica del lavoro manuale in salita, si immagina la costrizione di costruire qualcosa per il paese che ti tiene prigioniero. Il sentiero è una delle testimonianze materiali più evidenti del lavoro forzato dei prigionieri in Sicilia: non solo un monumento da guardare, ma un’opera ancora funzionale, usata quotidianamente da escursionisti che spesso ignorano la sua storia. Sarebbe auspicabile l’installazione di pannelli esplicativi lungo il percorso per informare i visitatori dell’origine storica del sentiero.
La selezione della memoria
Ciò che oggi è visibile rappresenta solo una frazione minima di un sistema molto più ampio. Questi cinque luoghi sono preziosi non perché raccontino tutta la storia, ma perché ricordano che c’è stata una storia. Sono punti di partenza per interrogare l’assenza, per chiedersi cosa è stato dimenticato e perché. Sono inviti a cercare tracce altrove: negli archivi comunali non ancora esplorati, nelle memorie familiari tramandate oralmente, nei cognomi “strani” che ancora sopravvivono in alcuni paesi. La mappa mostra quello che sappiamo, ma suggerisce anche tutto quello che ancora ci sfugge.
Bibliografia essenziale
Sui profughi italiani:
Daniele Ceschin, Gli esuli di Caporetto. I profughi in Italia durante la Grande Guerra, Laterza, 2006. Questo è il riferimento fondamentale, lo studio più completo e sistematico su scala nazionale, indispensabile per capire il fenomeno nel suo insieme.
Luigi Verolino, I profughi di Caporetto a Napoli e in Provincia, Terni, 1967. Utile per confronto con un’altra area del Mezzogiorno, mostra dinamiche simili a quelle siciliane.
Eugenio Campana, Il profugato di San Nazario nella guerra 1915-18, Istituto Italiano Arti Grafiche, 1920. Testimonianza d’epoca, fonte primaria preziosa scritta immediatamente dopo gli eventi.
Sui prigionieri austro-ungarici:
Giancarlo Francione e Dezső Juhász, La Cappella Ungherese. Storia del campo di concentramento di Vittoria, Vittoria, 2015. Studio fondamentale sul campo principale, ricco di documentazione fotografica e archivistica.
Giuseppe Mazzaglia, ricerche condotte per il Comitato “La grande guerra in Sicilia” nell’ambito del Centenario 1915-2018. Mazzaglia ha raccolto sistematicamente documentazione archivistica locale finora dispersa, fornendo i dati quantitativi siciliani più affidabili. Verificare disponibilità delle sue pubblicazioni presso associazioni storiche siciliane.
Generale:
Giovanna Procacci, Soldati e prigionieri italiani nella Grande Guerra, Bollati Boringhieri, 2016. Per il contesto comparativo tra prigionieri italiani e austro-ungarici.
Archivi consultabili
Archivi nazionali:
Archivio Centrale dello Stato (Roma): Fondo Alto Commissariato per i profughi di guerra (1917-1919). Contiene documentazione amministrativa, corrispondenza, rapporti prefettizi. Consultabile previo appuntamento.
Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (Roma): documentazione sui campi per prigionieri di guerra, rapporti militari, statistiche. Accesso regolamentato.
Archivi locali siciliani:
Archivi Comunali di Vittoria, Siracusa, Catania, Ragusa: conservano registri anagrafici, delibere comunali, corrispondenza con prefetture. Accessibilità variabile: alcuni hanno digitalizzato parte del materiale, altri richiedono accesso fisico su appuntamento. Consigliabile contattare preventivamente gli uffici archivio comunali.
Archivi Diocesani: per documentazione su edifici religiosi requisiti (conventi, seminari). Accessibilità dipende dalla disponibilità delle singole diocesi.
Musei:
Museo Italo-Ungherese di Vittoria: conserva archivio fotografico, documentale e materiale originale del campo. Possibilità di ricerca previo contatto con il Comune di Vittoria o associazioni culturali locali.
Percorsi di visita suggeriti
Itinerario 1: Vittoria (mezza giornata)
Cappella Ungherese → Museo Italo-Ungherese (baracca originale) → Baracche superstiti. Percorribile a piedi, i siti sono contigui. Ideale per chi vuole concentrarsi sul campo principale e sulla memoria dei prigionieri.
Itinerario 2: Palermo (giornata intera)
Mattina: Cimitero dei Rotoli (sepolture prigionieri austro-ungarici). Pomeriggio: escursione al Sentiero degli Austriaci sul Monte Castellaccio. Richiede preparazione fisica per l’escursione montana.
Itinerario 3: Sicilia orientale (2-3 giorni)
Siracusa (ricerca tracce campi profughi, anche se nessuna struttura sopravvive) → Catania (visita Castello Ursino, ex convento Benedettini, centro storico) → Vittoria (i tre siti). Permette di toccare le maggiori concentrazioni sia di profughi che di prigionieri.
Nota importante: Molti siti non hanno segnaletica turistica dedicata. È fortemente consigliata una preparazione preliminare (lettura documenti, mappe) o il contatto con associazioni culturali locali (CAI per il Sentiero, associazioni italo-ungheresi per Vittoria) per visite guidate o informazioni aggiornate.

