Nel primo Capodanno dell’Italia unita, a Castellammare del Golfo non c’è aria di festa. C’è rabbia. C’è delusione. E c’è un popolo che sente di aver perso più di quanto abbia guadagnato.
Dopo l’Unità, le promesse del Risorgimento in Sicilia restano in gran parte sulla carta: nuove tasse, leva obbligatoria, repressione militare.
Così, il 1° gennaio 1862, gruppi di popolani ed ex garibaldini insorgono contro le autorità del nuovo Stato, prendendo di mira i simboli del potere e gridando il rifiuto di un’unificazione vissuta come imposizione ![]()
. La rivolta dura poco.
L’esercito interviene, arrivano arresti e condanne. Ma quel gesto resta: non come “brigantaggio”, bensì come protesta sociale e politica, una ferita aperta che racconta il divario tra l’Italia sognata e quella reale.
È una storia che parla di dignità e disillusione, di una Sicilia che chiede ascolto e riceve fucili. Una memoria scomoda, ma necessaria, per capire da dove nasce la lunga frattura tra l’isola e lo Stato ![]()
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