Nel cuore della Sicilia, a Mussomeli, nasce un personaggio destinato a diventare uno degli uomini più potenti dell’Isola. L’ingranaggio centrale di un sistema di controllo politico e sociale che attraversa lo Stato italiano, soprattutto nel dopoguerra.
Nel suo percorso si chiarisce un punto fondamentale, spesso rimosso dal racconto pubblico: la mafia non è l’antitesi dello Stato, ma una componente funzionale.
In Sicilia, e nel contesto nazionale, ha svolto un vero e proprio servizio in subappalto: controllo del territorio, gestione del consenso, regolazione violenta o informale dei conflitti sociali, presidio di settori economici dove gli apparati formali erano assenti o preferivano non esporsi.
Genco Russo incarna questa funzione meglio di chiunque altro. Successore di Calogero Vizzini, governa con le relazioni: politici, amministratori, prefetti, uomini di partito passano dalla sua casa.
Per decenni la mafia è parte delle Istituzioni: le integra, colmandone vuoti e garantendo stabilità, soprattutto in funzione stabilizzatrice e di gestione del potere locale.
Raccontare Genco Russo significa allora superare la favola consolatoria di Stato contro mafia e guardare alla storia per quello che è stata davvero: un intreccio di interessi, deleghe informali e complicità strutturali.
È da qui che nasce la mafia moderna.
Ed è da qui che bisogna partire per comprenderla. ![]()
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