È sera quando, nella chiesa di San Gioacchino, alcuni sacerdoti e fedeli assistono a un fatto destinato a segnare la memoria della città: il simulacro del Gesù Bambino di cera viene visto lacrimare.
Lacrime ritenute “umane”, raccolte con stupore e timore reverenziale.
Messina è una città ferita, attraversata nei decenni precedenti da rivolte, repressioni e cambi di dominio.
In quel clima fragile e inquieto, l’immagine che piange diventa segno di consolazione, protezione, speranza. ![]()
Nei giorni e negli anni successivi si parlerà di altre lacrimazioni (fino al 1723), nasceranno pratiche devozionali, verrà fissata una ricorrenza che ancora oggi richiama fedeli e curiosi.
Da quella sera del 1712, il “Gesù Bambino delle Lacrime” entra nella storia e nell’identità spirituale di Messina. ![]()
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Perché in Sicilia la fede non è solo rito: è memoria collettiva, è racconto tramandato, è appartenenza.
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