
Le fonti di energia meccanica in età preindustriale – tipologie e utilizzi.
Gli apparati per macinazione del grano avevano caratteristiche distintive rispetto alle altre lavorazioni di prodotti agricoli in epoca preindustriale, cioè la pressatura del mosto di uve per ricavarne il vino e la molitura e la pressatura delle olive per estrarne l’olio. In questi due casi è necessaria una quantità di potenza tale da rendere impraticabile l’uso dell’acqua come forza motrice; al suo posto si usava l’energia animale o umana, per cui la scelta dei luoghi ove i frantoi e i palmenti venivano costruiti non è stata mai condizionata dalla presenza di corsi d’acqua. Da una mappa di prossima pubblicazione si vedrà che tali strutture di trasformazione hanno una distribuzione abbastanza randomica nel territorio.
Nel caso invece della produzione di farina, la macinazione del grano richiedeva un’efficace fonte di energia meccanica continua: i torrenti in pendenza – così come il vento, nei luoghi ove si manifesta più intenso e costante – costituivano una preziosa risorsa motrice, utilizzabile attraverso ingegnosi meccanismi. I mulini ad acqua ne sfruttavano la forza di caduta, convogliata attraverso condotti per imprimere movimento alle macine.
Storia e funzionamento dei mulini ad acqua
Nell’idea del moto vorticoso del Primo Mobile descritto da Dante c’è tutto il medioevo come tempo di grande amore per le macchine. Fra le molte sciocchezze che si dicono sul Medioevo c’è questa: che il medioevo era nemico delle scienze o che aveva in qualche modo antipatia per le scienze. […] Il mondo medievale è stato assolutamente affascinato dalle
macchine, soprattutto in certi periodi, per esempio nei secoli fra il X e l’XI e poi ancora nei secoli XII, XIII, XIV; pensate per esempio alle Fontane mobili, agli orologi. Dante descrive l’orologio in termini affascinatissimi… alle fontane che cantano, che fanno musica mentre si muovono. […] Bernardo di Chiaravalle, grande mistico cistercense, in una sua lettera fa l’elogio dell’acqua come movimento in termini proprio cari alla scienza del tempo:
l’acqua che passa attraverso gli edifici del monastero; va prima in cucina, dove serve evidentemente per l’alimentazione eccetera, va nell’infermeria dove serve per le necessità fisiologiche. Poi quando è ben carica di tutte le impurità non basta ancora perché passa per la fucina e alimenta i mulini, alimenta le gualchiere [martelli per lavorare i tessuti], fa produrre, produrre lavoro, produrre
opere e poi naturalmente finisce nei campi dove contribuisce alla concimazione del terreno.[Franco Cardini, conferenza 2012.01.27],
Alla cerealicoltura – che inizia a essere praticata già in epoca preistorica – si accompagna l’uso di di macinare il raccolto per farne uno dei principali alimenti umani: il pane. Per millenni tale operazione è stata compiuta in modi rudimentali, mediante mortai in pietra, rulli o macine di piccole dimensioni azionate a mano. Si trattava di utensili domestici dalla capacità produttiva molto limitata, che soddisfacevano le necessità quotidiane di piccoli nuclei familiari.[1]
Nella Grecia del X sec. a.C. si realizzano impianti più grandi e specializzati, dove la macinazione avviene grazie a due blocchi monolitici di pietra di forma opportuna, il sottostante fisso e il superiore mobile, fra i quali il grano veniva schiacciato; inizialmente, il movimento era ottenuto a spese della forza umana o di animali.
Il mulino greco
La tipologia più antica – e più semplice – è detta “mulino greco”, risale all’età ellenistica (ca. III sec. a.C.) ed è basato su una ruota orizzontale collegata direttamente alla macina. [figg. 1-2]


Per quanto riguarda il funzionamento dei mulini ad acqua, ad essere sfruttata di solito era non la spinta della corrente quanto piuttosto la forza di caduta verticale.
Nei mulini a ruota orizzontale, una grande struttura muraria li rendeva riconoscibili anche a da lontano: il condotto dell’acqua che da una certa altezza veniva convogliata in basso verso le pale della ruota.
Il movimento delle macine era ottenuto convogliando (fig. 5) l’acqua alla “botte di carico” (fig. 6), un condotto realizzato con pietre forate sovrapposte – detto inghiottitoio, vuttatura o vuttigghiuni – che, compiendo un “salto” di svariati metri, portava la forza idrica a essere convogliata nel guarraffo e, attraverso la cannedda, impattare a forte pressione con un sistema di pale orizzontali a raggiera (figg. 7, 8) situate in una sorta di grotta artificiale. La ruota – anticamente tutta in legno, poi con la struttura portante metallica e infine interamente in ferro – trasmetteva a sua volta il movimento alla macina sovrastante, sita nel vano superiore. Il sistema di macinazione era costituito da due pietre cilindriche sovrapposte; la prima era fissa e poggiata sul pavimento, la seconda aveva un’altezza inferiore ed era solidale con l’albero motore, perciò girava sulla prima determinando la macinazione dei chicchi che affluivano dalla tramoggia (fig. 9)




Vi sono casi di mulini che possedevano una doppia struttura, il che permetteva in caso di guasti o manutenzioni straordinarie, di poter comunque operare convogliando l’acqua sul meccanismo ausiliario.
I periodi di attività dei mulini ad acqua non erano strettamente legati al tempo del raccolto del grano. Quest’ultimo infatti veniva conservato intero, in appositi cannizzi realizzati all’interno di ambienti chiusi. L’attività di queste strutture era condizionata dalle necessità del momento… e anche dalla disponibilità d’acqua.
Il ruolo del mugnaio era fondamentale nel processo di trasformazione del grano in farina. Con la sua esperienza e competenza, doveva calibrare attentamente due elementi cruciali: la quantità di cereale da lavorare e l’intensità della pressione esercitata dalle macine. Questa precisione era necessaria per ottenere una farina dalla consistenza ideale, evitando che risultasse eccessivamente raffinata o troppo grossolana. Si rendeva comunque necessaria una successiva fase di setaccio, che permetteva di distinguere tra qualità di farina più o meno pregiata.
Le macine, nonostante fossero realizzate con pietre selezionate per le loro caratteristiche specifiche di resistenza, porosità e uniformità strutturale, necessitavano di una manutenzione costante. Gli artigiani specializzati, chiamati pirriaturi, dovevano periodicamente intervenire con appositi strumenti per ripristinare le scanalature delle macine che, con l’uso continuo, tendevano a consumarsi e perdere la loro efficacia.

Si racconta che, quando il mulino riprendeva il lavoro dopo un periodo di stasi, nessuno voleva macinare per primo per evitare che la sporcizia accumulata… si trasferisse nella farina.
Il mulino vitruviano
Un’evoluzione molto significativa è rappresentata dal “mulino vitruviano”, a ruota verticale con un ingranaggio di trasmissione alla macina, descritto da Vitruvio nel I sec. a.C. Nel suo trattato De architectura, il decimo libro è dedicato alla descrizione di un innovativo mulino dotato di ruota verticale, una evoluzione tecnologica significativa rispetto ai modelli precedenti. Il cuore di questa invenzione risiede nel suo ingegnoso sistema di trasmissione del movimento: una grande ruota esterna – ca. 2 mt. di diametro per una larghezza di 60-70 cm. – è collegata saldamente a un asse orizzontale che attraversa la struttura del mulino.[fig. 3]

Questo asse principale, definito albero motore, è dotato di una ruota dentata – lubecchio – che si interconnette perfettamente con una particolare struttura chiamata lanterna, costituita da due dischi lignei uniti da robusti pioli. Questo meccanismo di accoppiamento ruota dentata-lanterna rappresenta una vera rivoluzione ingegneristica, poiché permette di convertire il movimento rotatorio dal piano verticale della ruota a quello orizzontale della mola, aumentando contemporaneamente la velocità di rotazione.

Nonostante la maggiore complessità costruttiva, questo modello di mulino offre una notevole versatilità operativa: può infatti sfruttare efficacemente il flusso d’acqua indipendentemente dalla sua direzione, sia che arrivi dall’alto, da posizione intermedia o dal basso. Le pale della ruota, che possono essere progettate con forme dritte, curve o oblique, sono personalizzabili in numero e dimensioni, così come la ruota che le sostiene, permettendo un’ottimizzazione dell’impianto secondo le specifiche esigenze e condizioni locali.[2]
Va detto che il mulino vitruviano in Sicilia è poco diffuso. Se ne registra la presenza solo nella provincia di Messina, sul versante ionico fino a Roccalumera.
Periodo di utilizzo
L’arco storico che ha visto l’utilizzo su larga scala dei mulini ad acqua inizia dunque da epoche remote, per arrivare in certi casi alla prima metà del 1900 e oltre.[3]
In Sicilia è documentata una grande quantità di mulini già nel periodo normanno, la cui costruzione deve farsi risalire alla presenza araba che conosceva solo il tipo a ruota orizzontale. Nel periodo medievale furono gli ordini monastici, la nobiltà feudale e la classe dei mercanti i protagonisti dello sviluppo di questi impianti. [4] Fu un periodo di straordinaria innovazione ingegneristica nel campo dei mulini idraulici.[5] I progettisti dell’epoca si trovarono ad affrontare una sfida complessa e stimolante: dovevano adattare gli impianti produttivi a condizioni geografiche e idrologiche estremamente diverse tra loro. L’obiettivo di aumentare l’efficienza produttiva ed espandere le possibilità di lavorazione, portò allo sviluppo di soluzioni ingegneristiche innovative e talvolta audaci. Gli ingegneri medievali dimostrarono una notevole capacità di pensiero creativo, introducendo modifiche significative ai sistemi idraulici tradizionali e sperimentando nuove configurazioni meccaniche. Il loro approccio pionieristico alla progettazione e alla costruzione di questi impianti rappresentò un importante passo avanti nell’evoluzione delle tecnologie di produzione preindustriali.[6]
Anche l’età moderna vede una presenza fondamentale dei mulini nella vita materiale dei popoli.[7] Nel Settecento, i tecnici costruivano ancora mulini e macchine idrauliche basandosi principalmente sull’esperienza pratica e sulla tradizione, non su calcoli matematici precisi. Questo modo di lavorare, anche se non si basava su numeri e formule precise, aveva un punto in comune con il nuovo metodo scientifico che si stava sviluppando in quel periodo: l’importanza della prova pratica, cioè della sperimentazione. In effetti, la sperimentazione era sempre stata fondamentale nello sviluppo della tecnologia, specialmente nel campo delle macchine idrauliche, dove veniva utilizzata sistematicamente già molto prima del 1700. Prendiamo l’esempio di un costruttore di mulini: invece di fare calcoli dettagliati sulla quantità d’acqua necessaria al secondo o sull’efficienza della ruota, si limitava a fare valutazioni generali sulla dimensione della ruota e sulla quantità d’acqua necessaria, partendo da modelli già conosciuti che avevano funzionato in passato.
La fine dei mulini ad acqua arriva con l’evoluzione tecnologica che vede il passaggio dalle macine in pietra ai rulli mossi prima con le macchine a vapore, poi con i motori a combustione e infine con la forza motrice elettrica.
Nella biografia dello scrittore inglese J.R.R. Tolkien [H. Carpenter, 1977; ed. it. 2000) troviamo un ricordo personale che appare significativo per testimoniare tanto il brusco passaggio dal mondo rurale alla modernità incalzante, così come il rapporto tra esperienze d’infanzia e creazione letteraria:
L’effetto di questo trasloco su Ronald fu profondo e durevole. Proprio nell’età in cui la sua immaginazione cominciava ad aprirsi al mondo si trovò immerso nella campagna inglese. La casa nella quale si trasferirono era al numero 5 di via Gracewell: l’ultima di una fila di cottage in mattoni. Mabel Tolkien l’aveva affittata da un proprietario del luogo. Al di là della cancellata la strada correva, attraversando una collina, fino al villaggio di Moseley, e da lì proseguiva verso Birmingham. Nell’altra direzione portava a Stratford-upon-Avon. Ma il traffico era limitato a pochi carri, appartenenti alle fattorie della zona o a qualche commerciante. Era molto facile dimenticare la vicinanza della città.
Oltre la strada un prato arrivava fino alle rive del fiume Cole, poco più di un ruscello, e sull’altra riva si ergeva il molino di Sarehole, una vecchia costruzione in mattoni dotata di un’alta ciminiera. Vi era stato macinato il grano per più di tre secoli, ma ora i tempi stavano cambiando. Era stato installato un motore a vapore, per fornire alle macchine l’energia necessaria quando il fiume era in secca, e ormai il lavoro del mulino consisteva essenzialmente nel macinare ossa di animali per trarne concime. Tuttavia l’acqua si gettava ancora attraverso le chiuse per spingere le grandi pale della ruota, e all’interno dell’edificio tutto era coperto da un sottile velo bianco. Hilary Tolkien aveva solo due anni e mezzo a quell’epoca, ma ben presto cominciò ad accompagnare il fratello maggiore nelle spedizioni attraverso il prato fino al mulino, dove si fermavano a guardare la ruota che girava all’interno di una cavità scura; oppure correvano sino al cortile dove i sacchi venivano ammucchiati sui carri in attesa. Talvolta si avventuravano oltre il cancello e sbirciavano, attraverso una porta socchiusa, le grandi cinghie di cuoio, le enormi pulegge e gli uomini al lavoro. I mugnai erano due, padre e figlio. Il vecchio aveva una barba nera, ma era il figlio che terrorizzava i ragazzi con i suoi vestiti ricoperti di polvere bianca e il volto sovrastato da occhi penetranti. Ronald l’aveva soprannominato ‘l’Orco Bianco’. Quando questi gridava loro di andarsene i due bambini se la svignavano dal cortile e correvano fino a una radura dietro il mulino, al centro della quale, in un’ansa placida, nuotavano i cigni. All’estremità dello specchio d’acqua le acque si facevano scure e, improvvisamente, si gettavano al di là della chiusa verso la grande ruota: un luogo pericoloso e affascinante. [pp. 46-47]
Provai una fitta acutissima passando attraverso Hall Green, diventata ormai un grande quartiere solcato dai tram, dove riuscii anche a perdermi; così come soffrii nel finire in mezzo ai resti dei prati che tanto avevo amato nell’infanzia e nell’attraversare il cancello del nostro cottage, che ora è imprigionato fra molte altre nuove case di mattoni rossi. Il vecchio mulino era ancora in piedi e Mrs. Hunt stava ancora sulla strada nel punto in cui questa comincia a salire sulla collina, ma il passaggio al di là della pozza, ora racchiusa da uno steccato dove il prato delle campanule scendeva verso il cortile del mulino, è un pericoloso passaggio di macchine. La casa dell”Orco Bianco’, che i bambini erano ansiosi di vedere, ora è stata trasformata in stazione di servizio e gran parte della Short Avenue, e gli olmi tra essa e l’incrocio, sono scomparsi. Invidio davvero coloro che non sono stati costretti a vedere modificati in modo così violento e odioso i panorami a loro in precedenza cari e familiari. [p. 168]
Mulini ancora esistenti in Sicilia
Delle numerose strutture presenti in passato, quelle giunte più o meno integre ai giorni nostri sono pochissime. si trovano in particolare nella Sicilia orientale, ma non è escluso che iniziative locali di riscoperta e valorizzazione possano ancora far emergere qualcosa nelle altre zone. Proponiamo qui di seguito corredo della mappa un veloce elenco, con alcuni collegamenti a risorse in rete che forniscono informazioni dettagliate.
Provincia di Messina
La situazione nel comune di Novara di Sicilia è ben documentata (galleria fotografica).
Sono stati censiti i seguenti mulini:
Rozzolina Sottano
Rozzolina
Corte Soprano
Corte Sottano
Giorginaro (info)
Santo Antonio
Solaro
Oliveri
Montevecchio
Drago Soprano
Drago Sottano
Paratore Soprano
Paratore Sottano
Ultimo molino
Macchina a molire introdotta nel 1901
Mulini nel territorio novarese:
Palma
Rocca Oliva
Rigatta
San Giacomo
Fantina
Dinigi (Fondachelli)
Mulino di mezzo (Fondachelli)
Porracchino
Vallone di lana
“Perchè tanti mulini in un territorio relativamente piccolo?
L’acqua che muove i primi quindici, situati vicino il paese nella stagione estiva è scarsa e quindi conviene che i mulini macinino l’un dopo l’altro e per poche ore. Ora però essendo stata introdotta nel paese la macchina a molire non si conosce affatto penuria.
In quanto agli altri nove che si notano nel territorio non deve fare nemmeno meraviglia, poichè essi servono ai diversi gruppi degli abitanti diffusi nel detto territorio, come anche nei sobborghi, i quali prima per molire il grano soffrivano non poco, dovendo recarsi al centro dell’abitato del paese. Essi hanno avuto di molto facilitata la fatica trovando vicino al centro di loro abitazione il mezzo di molire il grano”.
[Mons Can. S. Di Pietro, Ricerche storiche, Palermo, Tipografia Pontificia, 1914, Libro I, pp.169-170.]

(ph Mario Affannato)
Provincia di Catania
– Mulino Gesuani – Caltagirone;
– Mulini ad acqua di Aci Catena (info);
– Mulino Don Peri – Mineo (info);
– Mulino Branciforti – Mineo (info).
Provincia di Siracusa
– Mulino ad acqua “Santa Lucia” – Palazzolo Acreide (info);
Provincia di Ragusa
– Mulino ad acqua – Museo in grotte “Cavallo d’Ispica” (info);
Provincia di Palermo
Secondo la testimonianza dell’arabo Idrisi, numerosi mulini ad acqua erano in funzione intorno al X sec. d.C. tra Termini Imerese e Cefalù.
Bibliografia
R. Cristadoro, I mulini di Polizzi, analisi tecnologica, Palermo, 1978.
G. Pantano, Acqua e mulini in Montalbano Elicona, Messina, 1988.
Paolo Di Salvo, Mulini e paratori ad acqua nella valle del Magazzolo, Bivona, 1995.
Saro Bella, Acque, ruote e mulino nella terra di Aci, Belpasso, 1999.
Luciano Cessari, Elena Gagliarelli, Sistemi idraulici di origine araba nella cultura mediterranea, Gangemi, 2000.
Nicola Schillaci, Mulini ad acqua. Itinerario lungo i fiumi Troina e Cerami, Troina, Legambiente, 2001.
Henri Bresc, Paolo Di Salvo, Mulini ad acqua in Sicilia: i mulini, i paratori, le cartiere e altre applicazioni, Palermo, L’Epos, 2001.
Carmelo Verdi, Gli antichi mulini ad acqua della terra di Licodia, Catania, SiciliAntica, 2005.
Fabio Billotta, I mulini ad acqua a Leonforte, Comune di Leonforte, 2008.
Ornella Fiandaca, All’origine era l’acqua: i “mulini a palmenti” di Messina, Roma, Aracne, 2009.
Mimmo Chisari, Mulini ad acqua nella Valle del Simeto, Catania, Prova d’Autore, 2011.
Giambattista Condorelli, Mulini ad acqua: un’anomalia del Val Demone rispetto al resto della Sicilia, in: Aa.V.v., Ricerche storiche ed archeologiche nel Val Demone, II convegno, “Archivio Nisseno”, XI, n. 20, gennaio-luglio 2017, pp. 79-88.
Mulini ad acqua della Sicilia – patrimonio storico e testimonianze, ricerca in rete, giugno 2025.
Note
1 Cfr. Antonio Saltini, I semi della civiltà. Frumento, riso e mais nella storia delle società umane, Bologna 1996 (nuova edizione 2009).
2 L’esempio più impressionante di questa tecnologia è rappresentato dal complesso di Barbegal, nei pressi di Arles, un’opera ingegneristica della tarda antichità che rappresenta uno dei primi esempi di produzione industriale della storia. In questa struttura, l’acqua veniva convogliata attraverso un acquedotto e successivamente distribuita in due canali paralleli, ciascuno dei quali alimentava otto ruote disposte in sequenza. L’impianto sfruttava un dislivello di oltre 18 metri con un’inclinazione di 30 gradi, raggiungendo una capacità produttiva straordinaria: ogni mola era in grado di processare tra i 150 e i 200 chilogrammi di grano all’ora. Tuttavia, è importante contestualizzare questi dati “industriali” ricordando che, contemporaneamente, continuavano a operare numerosi mulini tradizionali, mossi dalla forza di animali o dal lavoro degli schiavi.
3 Plinio il Vecchio testimonia la costruzione di mulini ad acqua durante il periodo di Augusto (63 a.C.-14 d.C.). Alla stessa epoca risale un verso poetico di Antipatro di Tessalonica, il quale celebrava la forza dell’acqua che aveva liberato le donne dal faticoso lavoro della macina. Strabone riferisce di un mulino operante nel palazzo reale di Mitridate.
Durante l’alto Medioevo, la tecnologia dei mulini non solo sopravvisse ma continuò a evolversi, come dimostra la straordinaria presenza dei mulini sul colle del Gianicolo a Roma. Questi sofisticati impianti, alimentati dalle acque dell’acquedotto di Traiano, rappresentavano un esempio perfetto di continuità tecnologica tra il mondo antico e quello medievale. La loro importanza strategica emerse drammaticamente nel 537, durante l’assedio degli Ostrogoti, quando questi impianti divennero oggetto di un’intensa contesa militare. Le cronache dell’epoca narrano un affascinante episodio di ingegno militare e adattamento tecnologico: dopo che gli Ostrogoti resero inutilizzabili i mulini sul Gianicolo, gli ingegneri al servizio del generale bizantino Belisario svilupparono una soluzione tanto innovativa quanto efficace. Trasportando gli ingranaggi e le pesanti macine sulla riva del Tevere, costruirono i primi mulini galleggianti della storia, utilizzando un sistema ingegnoso di due imbarcazioni unite tra loro, tra le quali venne installata la ruota idraulica. Questa invenzione nata dall’emergenza si rivelò talmente efficace da diventare un modello tecnologico destinato a diffondersi nei secoli successivi lungo i corsi d’acqua di tutta Europa, dai grandi fiumi fino ai corsi minori, dimostrando come le necessità belliche potessero talvolta tradursi in importanti innovazioni tecnologiche con applicazioni civili durature.
4 Il mulino durante il medioevo si trasformò da semplice strumento per la lavorazione delle materie prime in un potente simbolo di autorità e controllo economico. L’edificazione e l’utilizzo dei mulini non erano attività liberamente concesse, bensì strettamente regolamentate. Le autorità feudali inizialmente, seguite poi dai comuni e dalle signorie, compresero rapidamente il notevole potenziale economico e politico derivante dalla gestione di queste strutture. Di conseguenza, l’intera attività molitoria venne posta sotto la supervisione delle autorità governative, che imposero un rigoroso sistema di tassazione. I mulini divennero frequentemente monopolio del potere dominante, che ne traeva considerevoli rendite attraverso due principali canali: le imposte sul macinato, che ogni cittadino era tenuto a versare per l’utilizzo del mulino, e le decime, ovvero una porzione del prodotto macinato che doveva essere ceduta al proprietario della struttura, il quale successivamente la rivendeva realizzando ulteriori guadagni.
5 L’epoca medievale segnò una svolta significativa nell’utilizzo delle fonti energetiche rispetto al periodo antico. Mentre la civiltà antica basava la propria produzione principalmente sulla forza lavoro degli schiavi, il Medioevo sviluppò tecnologie e sistemi innovativi per sfruttare in modo più efficiente le energie naturali e animali. Attraverso l’introduzione di meccanismi ingegnosi come ruote idrauliche, mulini a vento e nuovi sistemi di trazione animale, la società medievale riuscì a moltiplicare la capacità produttiva umana, riducendo la dipendenza dal lavoro servile. Questa trasformazione tecnologica non solo aumentò la produttività delle attività agricole e artigianali, ma contribuì anche a modificare profondamente la struttura sociale ed economica dell’epoca, ponendo le basi per gli sviluppi tecnologici dei secoli successivi. Sono documentati ben 5.624 mulini in Inghilterra, soprattutto lungo il corso dei fiumi Trent e Severn, grazie al Domesday Book del 1086.
6 Riferimenti al meccanismo della macinazione si trovano anche in letteratura: nella Divina Commedia (Paradiso) è citata due volte la macina del mulino, che lenta gira in senso orizzontale, paragonandola alla corona di anime sapienti che girano attorno a Dante e Beatrice (XII, 3) e paragonandovi il roteare dell’anima di San Pier Damiano, colma di letizia (XXI, 81). Altri riferimenti danteschi alla mola con la sua costante rotazione si trovano nel Convivio; in ciò veniva seguita una tradizione concettuale comune a trattatisti medievali come Albategno, Alfragano o Ristoro d’Arezzo.
7 Per avere un’idea di quanto potessero far arricchire chi li possedeva, si pensi che nel 1609 Jean de Maistre – antenato di Joseph – aveva acquistato a rate un piccolo mulino e vent’anni dopo, alla sua morte nel 1630, lasciò ai figli un patrimonio di 12.500 fiorini.
