
Nell’antichità le monete venivano coniate a mano, utilizzando due conî (tondelli metallici incisi) e un martello, producendo esemplari unici con piccole variazioni. Non erano state centralizzate le attività di monetazione, che invece facevano parte delle prerogative di autonomia dei centri urbani. Era dunque lasciata all’iniziativa dei governi locali, che valutavano l’utilità di battere moneta e stabiliva i quantitativi da produrre. La Sicilia rappresentava uno degli esempi più significativi di questa frammentazione. Ogni città, anche quelle di dimensioni relativamente modeste, considerava l’emissione di moneta non solo uno strumento economico ma anche un simbolo di autonomia politica e identità culturale. oltre a Siracusa, che era il centro più importante per la monetazione, città come Catania, Messina, Gela, Agrigento, Himera, Selinunte, Naxos, Leontini, Mineo emettevano le proprie monete.
Va comunque specificato che in linea di massima i valori di scambio di tali monete erano abbastanza omogenei: le monete antiche avevano un valore intrinseco basato sul metallo prezioso di cui erano composte (argento, oro, elettro). Alle varie zecche veniva lasciata una sorta di facoltà di “personalizzazione” estetica per quanto concerneva le immagini da riportare sulle due facce, un po’ come le attuali monete dell’area Euro che si distinguono per riferimenti nazionali ma sono del tutto equivalenti sul mercato.
È importante comprendere che questa frammentazione non impediva il commercio, ma lo rendeva più complesso. I mercanti dovevano essere esperti conoscitori del valore relativo delle diverse monete, basandosi principalmente sul peso del metallo prezioso. Si utilizzavano bilance per verificare il peso effettivo, poiché il valore di scambio dipendeva essenzialmente dal contenuto metallico.
Inoltre, alcune zecche godevano di maggiore prestigio: le monete di Siracusa, ad esempio, erano rinomate per la loro qualità artistica e purezza metallica, e circolavano ben oltre i confini della città. Questa differenza di prestigio creava una sorta di “gerarchia” tra le diverse monete.
Questo sistema estremamente decentralizzato iniziò a modificarsi con l’ascesa dei grandi regni ellenistici e poi con la conquista romana. Roma progressivamente impose il proprio sistema monetario, riducendo e infine eliminando l’autonomia delle singole città nell’emissione di moneta. Nel periodo romano, le monete locali assumevano più un valore regionale o simbolico-identitario piuttosto che economico su larga scala, dato che Roma stava progressivamente centralizzando il sistema monetario. Queste monete potrebbero rappresentare più un’affermazione di identità culturale che uno strumento puramente commerciale.
La ricchezza e complessità del panorama monetario della Magna Grecia rappresenta dunque un fenomeno storico unico, profondamente diverso dal sistema centralizzato contemporaneo, e ci offre uno spaccato prezioso sulla civiltà greca e sulla sua concezione di economia, arte e identità civica.
Circa la datazione, va sottolineato che la numismatica contemporanea tende a spostare in avanti la stima cronologica dei pezzi: nella maggior parte dei casi viene ipotizzato un conio successivo alla conquista romana della Sicilia. La precedente propensione a ricollegare i reperti al periodo greco si può spiegare tra l’altro in ragione della persistenza culturale, cioè la continuità della cultura ellenica in Sicilia anche dopo la conquista. Roma generalmente permetteva una certa autonomia culturale e religiosa alle comunità conquistate, specialmente in aree già profondamente ellenizzate. Durante il periodo romano, si verificò un progressivo sincretismo tra divinità greche e romane. La moneta non va dunque vista solo come oggetto economico, ma come documento storico che testimonia il complesso processo di transizione culturale e politica vissuto dalle comunità siciliane nel passaggio dall’indipendenza all’integrazione nel mondo romano.
Il collezionismo privato ha da secoli dato grande importanza a questo genere di reperto, la moneta, considerato al pari – anche in ragione del metallo prezioso di cui talvolta era fatto – dei “tesori” leggendari da scoprire in fantastiche avventure. Questa passione collezionistica, iniziata già nel Rinascimento tra nobili e studiosi, ha creato un mercato parallelo che ha preceduto di molto lo sviluppo dell’archeologia scientifica. Tale fenomeno, soprattutto prima che si definissero i criteri filologici dello scavo e dell’archeologia moderna nel XIX secolo, ha prodotto due danni di notevole entità al patrimonio storico e alla ricerca numismatica. In primo luogo, per la stragrande maggioranza delle monete conservate in collezioni storiche non si sa nulla della provenienza esatta, per cui la loro contestualizzazione e datazione deve necessariamente appoggiarsi su altri riferimenti, come l’iconografia, lo stile artistico o la composizione metallica, perdendo così informazioni cruciali sul contesto storico-archeologico originario. Quando una moneta viene separata dal suo contesto di ritrovamento, infatti, si perdono dati fondamentali sugli insediamenti, sui commerci e sulla circolazione monetaria che potrebbero illuminare intere reti di scambio nell’antichità. In secondo luogo, il mercato dei falsi ha prosperato fin dai primi secoli del collezionismo, riempiendo le collezioni e anche i musei di pezzi assolutamente fuorvianti. Nel caso meno grave si tratta di copie di pezzi autentici, realizzate talvolta con notevole perizia già nel XVI-XVII secolo, oppure di monete completamente inventate, che uniscono elementi iconografici di diverse epoche o addirittura introducono figure mai esistite nella monetazione antica. La perizia dei falsari è talvolta così elevata che solo analisi metallurgiche avanzate possono smascherare l’inganno. Tale situazione ha reso necessario condurre una rigorosa opera di revisione sui repertori numismatici, tuttora in corso in molte istituzioni museali e universitarie. Verrebbe da dire al presente che solo lo scavo archeologico portato avanti da enti accreditati, nel momento in cui vengono rinvenute monete, è la fonte attendibile non solo per quei particolari pezzi, ma per condurre un’azione comparativa e finalmente stabilire dei punti fermi incontrovertibili per orientarsi in un mare di incertezze e inganni. Questo approccio scientifico permette di creare banche dati di confronto sempre più affidabili, che consentono di ricostruire non solo le sequenze cronologiche delle emissioni monetali, ma anche le reti commerciali e le influenze culturali tra i diversi centri del Mediterraneo antico.
